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Verso un’unione del mercato dei capitali europei? Dal Piano Juncker ai Report di Letta sul Mercato Comune

Di Federica Nava

L’Europa ha un problema di finanziamento alle imprese. Se sempre più startup e aziende di successo europee decidono di quotarsi sulla borsa di Londra, o di raccogliere fondi sul mercato USA, è anche perché non esistono (sufficienti) regole comuni a livello dell’Unione Europea sull’accesso delle imprese ai mercati di capitali. Allo stato attuale, ammonisce la Commissaria UE ai servizi finanziari Mairead McGuinness, gli investimenti in Europa dipendono troppo dal comparto bancario. Con significative differenze tra i singoli Paesi membri per quanto riguarda l’accesso al credito per le attività produttive. A farne le spese sono soprattutto le piccole e medie imprese e le startup innovative, che hanno particolare difficoltà a finanziarsi sul mercato dei capitali e non sempre riescono ad accedere ai finanziamenti bancari. Oltre che troppo legati al circuito creditizio, i mercati europei sono anche eccessivamente frammentati, anche a livello normativo. Nell’area euro non si è mai raggiunta una vera armonizzazione delle regole sull’emissione e sulla distribuzione di strumenti finanziari e prodotti finanziari – ossia azioni, obbligazioni, derivati, quote di fondi di investimento ma anche prodotti d’investimento non standardizzati. Con la conseguenza che gli investimenti dei cittadini europei in titoli emessi fuori dai confini del proprio Stato membro sono ancora molto, troppo rari. 

L’idea di un’unione del mercato dei capitali che consentisse alle imprese europee di accedere più facilmente al finanziamento sui mercati, evitando che il canale bancario fosse l’unica opzione disponibile, è storia antica. Già nell’Action Plan del 30 settembre 2015, l’allora Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker fissava 6 obiettivi programmatici per raggiungere una maggiore integrazione dei mercati finanziari dell’Unione: tra questi, facilitare i finanziamenti a piccole e medie imprese e startup, incoraggiare gli investimenti di lungo periodo in infrastrutture e sostenibilità, semplificare l’accesso delle famiglie al risparmio gestito e ad altre forme di investimento, promuovendo gli investimenti cross-border e rimuovendo le barriere normative e strutturali all’integrazione dei mercati dei capitali. Gli sforzi in questa direzione si sono concretizzati, tra le altre misure, nell’emanazione della Direttiva Mifid II, che regola la prestazione di servizi di investimento, del Regolamento sul Prospetto informativo da trasmettere agli investitori, la disciplina sugli abusi di mercato (MAR e MADII) e la direttiva in materia di insolvenza

Nello stesso tempo, i colegislatori europei, facendo i conti con gli effetti devastanti della crisi finanziaria sui debiti sovrani dei Paesi dell’eurozona, decidevano di armonizzare la normativa bancaria. Nell’intenzione dei decisori europei, l’Unione Bancaria e l’Unione del Mercato dei Capitali sarebbero dovuti essere due pilastri su cui costruire una crescente integrazione dell’economia reale dei Paesi membri. A dieci anni dalla creazione dell’unione bancaria, questa non è completa, e i progressi in materia di armonizzazione delle norme sulla quotazione delle imprese sulle borse europee sono in una fase ancora più embrionale. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. I mercati finanziari europei sono troppo piccoli, poco liquidi e poco capitalizzati, pertanto incapaci di sostenere un’economia reale in disperato bisogno di capitali. La situazione è peggiorata ulteriormente con la Brexit e l’abbandono della borsa di Londra dall’area euro. Attualmente nessuna delle prime piazze borsistiche in Europa, con l’unica – e recente – eccezione di Parigi, raggiunge da sola la capitalizzazione della London Stock Exchange.

Le priorità del Piano Juncker sono quindi ancora attuali. Per questo, dopo quasi 10 anni di impasse a livello politico, la Capital Markets Union è tornata al centro dell’agenda europea. Dopo un’accelerata sul tema da parte del Ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, i dicasteri economici di Parigi e Berlino concordano ormai sulla necessità di colmare il divario, sempre più largo, tra il mercato dei capitali UE e quello statunitense, che vale più del doppio del nostro in termini di PIL.

Restano però parecchi nodi da sciogliere, a cominciare dalla centralizzazione della vigilanza. Se infatti il tandem Parigi-Amsterdam punta a consolidare i poteri dell’esistente Agenzia Europea di supervisione del comparto mobiliare (l’ESMA), consacrando Parigi come faro della supervisione dei capitali come Francoforte lo è per banche e assicurazioni, il tentativo di centralizzazione è osteggiato sia da parte della classe politica in Germania che dai Paesi UE più piccoli, che puntano prevalentemente sulla favorevole imposizione fiscale per attrarre capitali.

In questo contesto, una serie di proposte concrete sono state avanzate da Enrico Letta nel suo corposo Report richiestogli dal Consiglio Europeo. L’analisi parte da un’amara constatazione: il peso economico dell’UE si sta riducendo, rappresentando solo il 13,3% del PIL globale rispetto a oltre il 20% nel 1993, quando è stato istituito il mercato unico. Questo perché, a differenza di quello per beni e servizi, il mercato dei capitali  europeo è rimasto fortemente frammentato e incapace di sviluppare le economie di scala per finanziare i comparti strategici per competere ad armi pari con USA e Cina, ossia telecomunicazioni, energia e finanza. Inoltre, l’assenza di offerte di investimento competitive a livello UE per la clientela retail e le complicazioni nell’accesso ai mercati finanziari inducono i cittadini europei a tenere i soldi “parcheggiati” sui conti correnti o a investire in profittevoli fondi di investimento americani

Per fermare il declino finanziario dell’Eurozona, Letta propone di realizzare un’“Unione del risparmio e degli investimenti”, per mobilizzare i risparmi privati europei, ma anche per attrarre risorse aggiuntive dall’estero. I capitali privati sono infatti più che mai necessari per affrontare le molteplici sfide dell’Europa, dalla transizione verde e digitale agli investimenti in materia di difesa comune, date le modeste capacità di budget europeo. Per realizzarla, imprescindibile sarà continuare il difficoltoso processo di armonizzazione del diritto societario a livello UE, così come snellire i requisiti di capitale delle banche e la normativa in materia di prodotti d’investimento al dettaglio. Allo stato attuale, infatti, questi prodotti, che rispondono ad acronimi sconosciuti ai non addetti ai lavori, quali PRIIPS, ELTIF o UCITS, sono pesantemente regolamentati per proteggere gli investitori retail, che però poi scelgono di investire nei prodotti finanziari USA, più accessibili e remunerativi. Per contrastare questo fenomeno, e far rifiatare i sistemi di previdenza sociale pubblici particolarmente in difficoltà nei principali Paesi membri, Letta propone di lanciare un prodotto di risparmio a lunga maturazione a cui tutti i cittadini europei possano avere accesso, per una previdenza integrativa agevolata e armonizzata. 

Da ultimo, è necessario per Letta anche un cambio di passo sulla disciplina in materia di aiuti di Stato. Nata per prevenire indebiti favoritismi degli Stati Membri alle proprie imprese, la normativa di settore non contempla però la possibilità di canalizzare gli investimenti pubblici dei singoli Stati verso iniziative che travalichino i confini nazionali. Letta è invece convinto della necessità di istituire un collettore di aiuti di stato a livello UE, in cui tutti i Paesi Membri sono tenuti ad allocare parte dei propri fondi nazionali per sostenere progetti ambiziosi di respiro europeo. Resta da vedere quanto di questi ambiziosi progetti verrà recepito dai decisori UE, in attesa dell’altro Report “scottante”, sul futuro della competitività nell’Unione, che Mario Draghi presenterà al Consiglio Europeo a fine giugno.

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