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SdP Incontra Roma: gli studenti e le studentesse del corso 2025 in visita presso le Istituzioni Italiane

Di Veronica Alessio

, Pietro Di Bari

“La coesione sociale è un fattore abilitante per la crescita: se assicuriamo coesione, cresciamo tutti, e cresciamo di più”. Riescono a malapena a prendere posto i 100 ragazzi e ragazze del corso annuale e già il messaggio è molto chiaro: anche oggi si fa sul serio, anche oggi si ascoltano interventi di spessore, anche oggi si presta la massima attenzione.
Queste parole aprono la prima giornata di #SdPincontra, la due giorni di Scuola di Politiche, tenutasi a Roma il 12 e il 13 dicembre 2024, che ha visto corsisti e corsiste alle prese con le lezioni nella modalità che hanno già sperimentato nei mesi precedenti e, non per ultima, la visita presso la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica.

La frase riportata nella prima riga è di Serenella Caravella, ricercatrice presso lo SVIMEZ – Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno – e introduce così il primo tema della giornata: “La competitività e la coesione: la sfida delle politiche in Europa
e in Italia”. Sulla scorta del rapporto annuale che l’associazione pubblica annualmente, Caravella afferma che quest’anno l’Italia ha registrato un tasso di crescita coeso tra sud e nord del Paese. In buona sostanza, il sud affanna meno di quanto abbia fatto in passato e questo è dovuto al contributo del superbonus, dei fondi “coesione e sviluppo” del sessennio 2014-2020 e – last but not least – il PNRR, in piena concordanza con i suoi stessi obiettivi. Una notizia più che positiva, ma è legittimo interrogarsi sul futuro di questo dato. L’Italia continuerà ad avere una crescita coesa? Le circostanze che hanno portato a questo risultato sono destinate a durare nel tempo? Risposte certe non possono pervenire per ora, ma il sospetto che queste siano deludenti è più che vivo. Con la fisiologica chiusura dei progetti PNRR e con l’attenuarsi dei ritorni positivi del Superbonus, il Mezzogiorno ed il suo settore edilizio in particolare, rischiano di tornare alla situazione di partenza (testualmente, di non convergere più con la crescita del Nord). L’unico modo per cementare questa crescita passa inevitabilmente dalle politiche industriali messe in atto dal Governo e dai Governi regionali.
Questi rischi vanno a sommarsi alla già gravosa situazione in cui versa il Sud Italia, sempre più schiacciato dalla crisi demografica che non accenna ad arrestarsi. I giovani meridionali vedono negato il loro “freedom to move, freedom to stay”, una sorta di “yin e yang” a cui Enrico Letta dà grande centralità nel suo rapporto sull’Europa del domani e sul mercato unico. Sullo stesso tema, si esprime anche Mario Draghi con un altro rapporto. In quest’ultimo, è la mancanza di un “social contract” a catturare l’attenzione dell’ex numero uno della BCE: senza investimenti in sanità, istruzione ed infrastrutture viene meno la coesione sociale e quindi il tessuto economico dell’intera Unione.

Sulla falsa riga di queste considerazioni si innesta l’intervento di Luca Bianchi, presidente dello SVIMEZ, sull’autonomia differenziata. Da alcune semplici considerazioni si può avere un’idea del problema legato a questa riforma. Alcune regioni riescono a coprire le loro spese, creando addirittura un cosiddetto “residuo fiscale” ossia un disavanzo che vorrebbero gestire autonomamente, altre regioni non riuscirebbero a far fronte alle proprie spese con le tasse provenienti dai redditi dei cittadini residenti in quelli stessi territori. L’idea che sottostà a questa riforma è che la tassazione diventi territoriale e non più personale: le tasse dei veneti per le spese del Veneto, le tasse dei pugliesi per le spese della Puglia. Una così evidente assenza di solidarietà all’interno del Paese sarebbe molto difficile da conciliare con le politiche di ampio respiro europeo che Draghi ritiene vitali per il futuro dell’UE.

Bianchi e Caravella cedono il posto a Valeria Fiore, responsabile comunicazione dell’ufficio in Italia del Parlamento Europeo, che contribuisce ai lavori della giornata con lo speech “L’Unione Europea post elezioni 2024: nuovi scenari e sfide di comunicazione”. Il tema è centrale, anche perché è proprio la rappresentanza italiana dell’UE ad ospitare la due giorni di Scuola di Politiche presso lo “spazio Europa”. Allargando lo sguardo, la centralità del tema trova riscontro nelle elezioni europee appena trascorse. Un dato è subito chiaro: metà dei giovani e delle giovani europee non ha votato. Per quanto spaventoso in termini assoluti, va invece riconosciuto che il dato è in leggera crescita rispetto alle passate elezioni. Ciò che invece non cresce – tutt’al più, cala – è l’affluenza alle urne delle altre fasce della popolazione, rendendo le elezioni europee del 2024 le meno partecipate di sempre. Per poter parlare dello stato di salute dell’Unione, è stato necessario assicurarsi che tutti i partecipanti avessero una buona conoscenza dei meccanismi che la regolano. Da questo, sono scaturite osservazioni sulla composizione dell’arco parlamentare e come questo sia cambiato post elezioni del 2024, sul ruolo dei 6 vice presidenti esecutivi e sui numeri risicati della maggioranza del Von der Leyen bis.

Paola Barretta, ricercatrice dell’osservatorio di Pavia e portavoce dell’associazione “Carta di Roma” si occupa di informazione corretta sui temi dell’immigrazione. L’intervento inizia osservando come i broadcaster pubblici di altri Paesi non siano soliti mettere in evidenza la nazionalità di una persona quando questa è oggetto di una notizia di cronaca. Attorno al tema, sono tanti i problemi che nascono con conseguenze piuttosto gravi per chi capita nell’occhio del ciclone mediatico. Innanzitutto, immigrati provenienti dall’Eritrea o dall’Egitto potrebbero involontariamente mettere a rischio le proprie famiglie di origine se individuati in altri Paesi. Una parola mal collocata nel canovaccio di un telegiornale o nelle colonne di un quotidiano, potrebbe addirittura mietere vittime a svariate centinaia di kilometri di distanza. Altre volte, una determinata parola accostata al tema migrazione è semplicemente sbagliata, senza attenuanti. Di certo i migranti non si “adottano”, né tantomeno si “redistribuiscono” al pari di un carico di merci o dei dividendi agli azionisti di un’azienda. Barretta chiude la lezione lanciando una sfida, ossia prestare attenzione alle cosiddette “missing news”, quelle notizie di cui dopo poco tempo non si ha più traccia sebbene stiano avendo sviluppi interessanti e di rilievo.

Chiude i lavori della prima giornata Francesco Raniolo, docente di scienza politica, già direttore del Dipartimento DiSpeS dell’Università della Calabria con l’intervento “La partecipazione politica. Fare, pensare, essere”. Verrebbe spontaneo aggiungere “dammi tre parole” ma, invece, il prof. aggiunge una provocazione: la strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni. E’ un concetto da tenere sempre a mente, soprattutto quando si siede alla stanza dei bottoni, perché le azioni che si mettono in campo non sono importanti tanto quanto gli esiti che le stesse hanno. La critica ad un certo modo di condurre la vita di partito è piuttosto evidente, ma per avere un quadro completo del problema sono necessarie altre considerazioni. La vita pubblica in un contesto democratico si realizza quando il cittadino e la cittadina “fanno, pensano, sono” in 4 diversi contesti – o “arene”, seguendo alla lettera Raniolo – di istituzioni, protesta, comunità e mass media. Ciascuna di queste arene presenta delle sfide, e sono rispettivamente la democrazia privata delle persone e ridotta ai meccanicismi delle istituzioni, la radicalizzazione e la polarizzazione, l’isolazionismo e la manipolazione.
Emerge la centralità della partecipazione dei cittadini e delle cittadine alla vita associativa, di ritrovarsi dentro gruppi in grado di arricchire la struttura democratica, ed è qui che ci si chiede come mai i partiti siano sempre meno frequentati. Uomini e donne fanno gruppo solo quando questo permette loro di far sentire la propria voce, quando c’è una soglia di tolleranza e, soprattutto, il tempo investito nella comunità dà luogo a risultati concreti: quando c’è la partecipazione reale ed effettiva, i costi del partecipare sono visti come dei benefici.

Il giorno seguente, gli studenti e le studentesse di Scuola di Politiche hanno avuto l’occasione di visitare il Parlamento. Divisi tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, i ragazzi hanno dato il via alla mattinata prendendo parte alle visite guidate delle rispettive istituzioni. I tour hanno visto coniugare arte e diritto pubblico, passato architettonico e attualità politica, partendo da digressioni su Margherita d’Austria (l’allora proprietaria di Palazzo Madama), fino a parentesi sullo scenario politico attuale. Poi le aule, il momento della visita senz’altro più atteso, hanno accolto gli studenti che, comodi sugli scranni, hanno approfondito la quotidianità, la prassi e le dinamiche del processo legislativo, come non si studierebbero su un manuale di diritto pubblico.

In Senato, le testimonianze di Alessandro Giovannelli (direttore generale gruppo PD in Senato), Fabiana Pierbattista (Funzionaria presso Ufficio Legislativo Gruppo parlamentare Pd), Egidio Lorentini (Capo Segreteria Presidente Gruppo Parlamentare) Marco Bani (Responsabile Affari Istituzionali, Formazione e Digitalizzazione presso il Gruppo PD) hanno permesso agli studenti di scoprire e approfondire quali sono sfide e stimoli della professione di consulente legislativo presso la segreteria del gruppo parlamentare, sbocco professionale appetibile per giovani appassionati di politiche pubbliche che vogliano affacciarsi al mondo della politica con un profilo tecnico.

A visite concluse, le attività sono riprese questa volta presso Spazio Europa, gentilmente messo a disposizione dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Questo ha fatto da sfondo alle due lezioni del pomeriggio.

“Parità di Genere tra Forma e Sostanza” è il titolo della lezione di Carla Bassu, Presidente della Scuola di Politiche, professoressa ordinaria di diritto pubblico comparato presso l’Università di Sassari, nonché autrice della monografia “Il diritto alla identità anagrafica. Il cognome materno tra identità individuale e principio di uguaglianza». La relatrice si è premurata di evidenziare lo scarto tra parità di genere formale e sostanziale con esempi tratti, oltre che dai frutti delle sue ricerche in materia, in quanto costituzionalista, da esperienza di vita vissuta in quanto donna professionista che ce la mette tutta per navigare in un mondo del lavoro di fatto su misura d’uomo. L’Italia, ha fatto notare, è l’unica delle democrazie europee stabilizzate a non garantire il diritto di trasmissione del cognome per linea materna. Il suo è stato un accorato invito alla futura classe dirigente a intraprendere e portare avanti queste e altre battaglie, anche se la causa può a prima vista apparire puramente formale. La forma più superficiale, infatti, è modellata su una sostanza di stereotipi e tradizioni patriarcali che il diritto non è ancora riuscito a scardinare.

Per concludere la giornata di lezioni, la parola è infine passata al Professor Paolo Benanti, docente presso la Pontificia Università Gregoriana e Università di Seattle, con una conferenza sul tema “Innovazione digitale e trasformazioni”, moderata dal Responsabile Affari Istituzionali, Formazione e Digitalizzazione Presso il Gruppo PD in Senato, Marco Bani. “Ogni tecnologia è uno spostamento di gerarchia e una assetto di potere”, questa la citazione di Langdon Winner ad apertura della lezione. La tecnologia, infatti, è uno strumento di potere, e in quanto tale una meticolosa analisi etica del suo impatto sul mondo può concretizzarsi soltanto individuando a monte i vincitori e i perdenti, coloro che la controllano e quelli che ne sono controllati. Dall’imperativo categorico kantiano però, l’etica ha perso la sua funzione normativa, assumendone una prettamente interrogativa. Per questo, dunque, la lezione non pretendeva di fornire risposte, ma piuttosto di sollevare domande, di problematizzare e di interrogare precisamente quella intelligenza artificiale che sembra essere solo in grado di dare risposte. Si è parlato di IA come innovazione alla produzione e come tale, motivo di contrazione del mercato, e alla base di disparità economiche e sociali già esistenti, esacerbate dall’accesso o dall’esclusione da tale innovazione. Il professore ha evidenziato come l’acessibilità e la trasparenza siano una valida alternativa all’opacità delle risposte che l’IA spesso fornisce. Progettare una User Experience, dichiara, è infatti quanto di più politico si possa concepire. Significa, infatti, determinare il tipo di interazione dell’audience con uno strumento di potere. Dopo aver evidenziato i limiti dell’impiego dell’IA in ambito amministrativo, la giornata di lezioni si è conclusa con un’esortazione spassionata da parte dei relatori a un utilizzo consapevole e critico dell’IA, incessantemente scandito da domande a cui si può solo sperare di abbozzare una risposta.

 

   

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