News

Oltre la sostenibilità: la nascita della cultura ambientale

Di Giacomo Milano

Introdurre il concetto di cultura all’interno della tematica ambientale ha lo scopo di eliminare tutte le convinzioni e le abitudini errate che si sono radicate nel tempo, sostituendole però non con abitudini più sane e/o sostenibili, ma con valori ambientali condivisi da tutta la comunità.

L’elegante differenza tra cultura e abitudine consiste nel differente destinatario delle azioni: se prima ci si affidava alla coscienza del singolo, il quale decideva se svolgere o meno azioni atte a contribuire alla creazione di un mondo più sostenibile, adesso, con il concetto di cultura, il destinatario diventa l’intera popolazione. Una cultura ambientale crea valori comuni riconosciuti da tutti.

Lo scopo finale è quello di sensibilizzare la popolazione sull’importanza di compiere azioni sostenibili per noi e per il pianeta a tal punto da dimenticarsi il motivo per il quale si svolgono queste stesse azioni. Solo quando tutta la popolazione compirà azioni sostenibili come se fossero degli automatismi, allora – solo e soltanto in quel momento – avremo creato una cultura ambientale, in quanto, come sosteneva Burrhus Frederic Skinner, «cultura è ciò che rimane quando ciò che è stato appreso è stato dimenticato».

Si può considerare la cultura come un processo di formazione, ma tale processo risulta determinato non più dal patrimonio intellettuale del singolo individuo, bensì da quello di un popolo. Come affermava già Johann Gottfried Herder nelle Idee per la filosofia della storia dell’umanità, «la cultura è un processo che coinvolge tutto il genere umano, il quale viene a distaccarsi dalla propria origine naturale ed individuale e si educa progressivamente» L’idea di cultura ambientale prende le mosse proprio col definire quelle categorie di persone che sono in grado di contribuire in maniera attiva e concreta alla creazione e implementazione di questo patrimonio intellettuale.

Semplificando, si possono individuare quattro categorie principali di attori: gli attivisti ambientali, la classe politica, gli specialisti ambientali e infine tutti i cittadini che non si riconoscono nelle categorie precedenti ma che comunque hanno a cuore la tematica ambientale. L’importanza di questa suddivisione risiede nella possibilità per gli attori di riconoscere il proprio ruolo e l’apporto che si è realmente in grado di fornire alla causa ambientale, evitando di sconfinare nelle mansioni di pertinenza delle altre categorie. 

Altra importante precisazione è l’incompatibilità nel ricoprire più di un ruolo. Infatti, ad eccezione del ruolo di cittadino responsabile, i primi tre ruoli sono escludenti l’uno con l’altro; questo perché le scelte di un ambientalista potrebbero essere contaminate dai suoi ideali troppo radicali, che lo potrebbero portare a privilegiare eccessivamente la sostenibilità ambientale a scapito di quella economica, oppure le scelte di uno specialista ambientale potrebbero non considerare alcuni aspetti sociali e porterebbero a generare proposte non in grado di garantire una gestione armoniosa e graduale, generando così scontento nella popolazione.

Ma quali compiti sono chiamati a svolgere gli attori per contribuire a questa rivoluzione culturale? In primo luogo abbiamo gli ambientalisti, ai quali sono affidati oneri e onori relativamente alla scoperta, l’esaminazione e la divulgazione del problema ambientale. All’ambientalista è affidata tutta la dimensione del problema. Il suo principale scopo è quello di sensibilizzare la popolazione riguardo tali tematiche, di riferire, informare e in caso sollecitare la classe politica e gli specialisti ambientali sui nuovi problemi ambientali insorti.

Se il ruolo degli attivisti è quello di far sentire il peso del problema, alla classe politica e agli specialisti è affidato il compito di fornirne una soluzione. Nel dettaglio, alla classe politica è assegnata la gestione del problema e l’elaborazione di una proposta d’intervento, mentre agli specialisti è affidato il controllo di fattibilità tecnico-economica delle proposte e la trasformazione di esse in azioni concrete; applicando, di fatto, le nuove leggi o norme secondo le regole dell’arte, con l’auspicio che portino, se non all’estinzione, almeno ad una mitigazione del problema ambientale. 

L’Unione Europea, ovviamente intesa col ruolo di classe politica, sta svolgendo un ottimo lavoro attraverso i progetti e le missioni che finanzia. Horizon Europe è, tra tutti i progetti, quello che cattura di più l’attenzione. Si tratta del programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione per il periodo 2021-2027. 

Horizon Europe, successore del programma Horizon 2020, è il più vasto programma di ricerca e innovazione transnazionale al mondo, con i 95,5 miliardi di dotazione finanziaria messi a disposizione. Finanzia attività di ricerca e innovazione con lo scopo di ottenere un impatto scientifico, tecnologico, economico e sociale, nonché di rafforzare le basi scientifiche e realizzare le politiche europee prefissate dall’Agenda 2030. 

La struttura del progetto Horizon Europe è molto chiara: è composta di tre pilastri – Excellent science, Global challenges & European industrial competitiveness e Innovate Europe – suddivisi a loro volta in programmi e tematiche specifiche. Il pilastro Global challenges & European industrial competitiveness è quello più interessante per sviluppare il concetto di cultura ambientale. Esso si suddivide in cinque aree di missione: la prima affronta la ricerca per prevenire e curare il cancro; la seconda è quella riguardante l’adattamento ai cambiamenti climatici; la terza si occupa di ciò che che riguarda la salute di oceani, mari, acque costiere e interne; la quarta stimola la ricerca per sviluppare città climaticamente neutre e intelligenti; infine, l’ultima missione si concentra su tutto ciò che riguarda la salute del cibo e della terra.

Ai fini di istituire una cultura ambientale, Horizon Europe si candida ad essere un importante strumento attraverso la missione Adattamento ai cambiamenti climatici, la quale, tra i vari obiettivi, si pone anche quello di trasformare il pensiero e le abitudini della società. La missione utilizza i nuovi approcci orientati all’impatto della politica europea di ricerca e innovazione a sostegno degli obiettivi del Green Deal europeo – documento che dichiara l’ambizione dell’Europa di diventare il primo continente ad impatto climatico zero – e stimolerà sforzi coordinati anche da cittadini e autorità nazionali e locali. L’obiettivo è quello di arrivare, entro il 2030, ad una conoscenza decisamente migliore di quella attuale circa gli impatti dei cambiamenti climatici.

A livello nazionale questo progetto è stato recepito dal MASE, ovvero il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il quale ha rilasciato il PNACC, ovvero il “Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici”.

«L’obiettivo principale del PNACC è fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, migliorando la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici nonché trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche». L’idea del PNACC è quella di un piano rivolto alle esigenze del mondo del futuro. Un mondo di cui non abbiamo ancora certezza: questo documento ha la missione di non farci trovare impreparati quando avverranno i cambiamenti, anzi trarre vantaggio dalle nuove condizioni climatiche è l’essenza di questo piano strategico, il quale pone il concetto di adattabilità come l’arma più efficace da sfruttare, anziché come il problema da affrontare o arginare.

Questo concetto porta a stravolgere completamente l’operato di tutta la categoria degli specialisti ambientali. La figura dell’ingegnere odierno, ad esempio, è chiamata a suggerire soluzioni sostenibili per un uso intelligente delle risorse e delle matrici ambientali, considerando l’evoluzione delle condizioni climatiche e adattando lui stesso il modello alle nuove condizioni – andando, di fatto, a creare un nuovo equilibrio tra le esigenze della società e l’ambiente. D’altronde, utilizzando una massima che si attribuisce a Socrate, «il segreto del cambiamento è concentrare tutta la tua energia non nel combattere il vecchio, ma nel costruire il nuovo».

L’adattabilità, quindi, impone un approccio diverso da quello classico della progettazione. Precedentemente, si progettavano le opere con lo scopo di difesa delle attività e di tutela del territorio, mentre adesso si passerà a progettare opere in grado di adattarsi al cambiamento del territorio, cercando anzi di creare un’opera in grado di esaltare l’aspetto positivo del cambiamento. 

Questa è l’essenza del PNACC: cogliere la necessità dell’uomo di creare un’infrastruttura – come, ad esempio, un invaso per trattenere l’acqua da rilasciare in periodo di siccità, oppure un parco eolico per generare corrente da fonte rinnovabile – e ripensarla in maniera tale da generare un valore aggiunto oltre alla sua funzione principale. Cercando, quindi, di renderla oltre che funzionale anche attraente.

Un esempio di esaltazione di opera ingegneristica di adattamento del territorio è il parco eolico dell’isola di El Hierro, nelle Canarie (Spagna), dove le turbine si fondono in armonia con il paesaggio, rendendolo un’attrazione unica nel suo genere, tanto da essersi trasformata nel tempo anche in un sito di attrazione turistica.

Come in precedenza, anche in questo caso quello che cambia è la prospettiva: al centro del progetto non vengono più inserite come priorità le esigenze antropocentriche ma l’armonia tra l’opera dell’uomo e la natura. 

Il concetto di cultura ambientale, quindi, si fonda sia sulla condivisione di valori basati su un patrimonio culturale ambientale comune, implementato da ogni membro della comunità chiamato a dare il proprio contributo a seconda del proprio ruolo, sia sulla ricerca di un nuovo equilibrio tra uomo e natura, considerando che il primo dovrà essere in grado di adattarsi alla seconda, cercando al contempo di trarre vantaggio dall’adattamento.

Menu