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OFFLIFE: Il diritto alla disconnessione

Di Alessandro Pancalli

Drin…drin …bzz…bzz…uap suoni fastidiosi e incessanti annunciano l’arrivo delle valchirie digitali: le notifiche. Piombano a cascata, da più fronti: il gruppo di famiglia, la chat di lavoro, il reel su Instagram, il gruppo per il regalo di compleanno di quell’ex compagno di classe che non vedi da anni, perfino l’e-mail con uno sconto del 5% alla gelateria sotto casa.

Siamo costantemente sottoposti a stimoli sonori, visivi e informativi, basta guardare il tempo di utilizzo del proprio telefono per rendersi conto che non passa ora della giornata senza che si illumini.

La nostra esistenza ormai non si riduce alla vita analogica, ma il nostro sguardo, la nostra mano, la nostra personalità si estendono in quello schermo che teniamo costantemente in mano e che ci fa essere allo stesso tempo nel mondo analogico e in quello digitale. Luciano Floridi ha chiamato questa nuova dimensione “Onlife”, abitata da esseri anfibi divisi tra due habitat diversi ma inscindibilmente legati. 

La rivoluzione digitale è stata così rapida però da impedirci di sviluppare le competenze e la sensibilità per governare le due sfere, finendo per essere anfibi con la presunzione di essere pesci.

Molti, troppi, hanno paura di rimanere senza cellulare, sentono il bisogno di controllarlo, di aggiornare spasmodicamente i social. Hanno paura della noia, del vuoto e in quel vuoto di rimanere soli. Ma è in questo tempo apparentemente perso, che si approfondiscono pensieri, passioni, si da spazio alla creatività, alle sensazioni oggi costantemente stroncate dal bulimico bisogno di novità. Non serve tornare a Seneca, che parlava di otium e negotium, per riaffermare l’importanza del non fare niente, del riposo, del tempo libero.

Questa iper-connessione non ha inciso solo nella nostra vita personale e sociale ma anche in quella lavorativa, soprattutto dopo la pandemia. Il covid, infatti, ci ha imposto lo smart working che se da un lato ha consentito una migliore gestione della vita familiare, dall’altro è finito per far coincidere l’ufficio con la camera da letto, il lavoro con la vita privata. Ha sovrapposto spazi prima separati, ha dilatato il tempo di lavoro e diluito la vita offline.

L’ufficio non è più un luogo fisico, è costantemente con noi, in tasca, a portata di mano e la facilità di utilizzo, l’immediatezza con cui abbiamo accesso al lavoro ci ha dato l’illusione di una semplificazione che in realtà è rottura dei confini e delle tutele che garantivano il diritto di staccare. Capita troppo spesso infatti di ricevere messaggi, e-mail e chiamate oltre l’orario di lavoro con conseguenze negative qualora non si risponda.

I risvolti psicologici e materiali sui lavoratori sono visibili. Si ha l’ansia di rimanere disconnessi e di dover rispondere il prima possibile come garanzia di qualità e professionalità finendo per lavorare sempre. È anche per questo che negli ultimi anni sono aumentate le dimissioni dovute all’eccessivo stress sul lavoro.

Il 21 gennaio del 2021 il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di proporre una legge che garantisca il diritto alla disconnessione senza conseguenze, stabilendo degli standard di base da rispettare per il lavoro da remoto.

Se una parte della nostra società vive gli effetti negativi dell’iperconnessione un’altra non ha ancora accesso all’habitat digitale. Nel mondo contemporaneo l’accesso a internet è fondamentale perché legato all’istruzione, all’informazione, al lavoro, ad ogni aspetto della vita del cittadino e l’assenza di infrastrutture che lo garantiscano acuisce le disparità. Questi paradossi sollecitano le nostre passioni spente a rianimarsi, a tornare a credere che sia la politica lo strumento con cui cambiare le cose. 

Il diritto alla disconnessione è una battaglia per migliorare la vita di chi lavora, per ridefinire i confini di tempo e spazio, perché il mondo del lavoro è già cambiato e bisogna immaginare una nuova cultura del lavoro, nuove regole e nuove tutele. 

L’Unione Europea è sempre stata percepita come l’invadente regolatore dei vizi nazionali ma oggi il contesto internazionale ci impone la condivisione di un destino. Sta a noi, con determinazione collettiva, costruire un’Europa capace di essere comunità oltre il mercato, a partire dal lavoro.

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