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L’imperativo di una difesa europea integrata

Di Elena Pantaleo

La Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) è un pilastro essenziale della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea, con l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza al suo vertice – carica attualmente ricoperta da Josep Borrell – e fondata su basi giuridiche solide delineate nel Trattato di Lisbona del 2007. Negli ultimi anni in questo ambito, si è registrata una spinta decisa da parte delle istituzioni europee e di diversi leader dei suoi Stati membri verso la creazione di una difesa unica europea.

La Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), lanciata nel 2017, ha rappresentato un passo significativo verso l’integrazione delle forze armate europee, consentendo agli Stati membri partecipanti di pianificare, sviluppare e investire in progetti di difesa condivisi. Il Fondo Europeo per la Difesa (FED), con un finanziamento di 7,9 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, supporta la ricerca e lo sviluppo di tecnologie avanzate e interoperabili nei settori chiave della cybersicurezza, delle tecnologie spaziali e della robotica, tra gli altri.

La strategia industriale dell’UE, nota anche come “Bussola strategica” e approvata nel marzo 2022, mira a rafforzare ulteriormente le capacità difensive dell’Unione, prevedendo la creazione di una Capacità di Dispiegamento Rapido (RDC) composta da 5mila soldati. Operativa dal 2025, la RDC consentirà di mobilitare forze terrestri, aeree o marittime per rispondere alle crisi esterne, ampliando così il ruolo dell’UE nel mantenimento della pace e nella gestione delle emergenze. 

Tuttavia, l’attivazione della RDC richiederà il consenso unanime degli Stati membri, un obiettivo che si è dimostrato difficile da raggiungere in passato. Le Eu Battlegroups (battaglioni da 1500 soldati teoricamente da utilizzare come forza di reazione rapida), ad esempio, nonostante siano operative dal 2007, non sono mai state dispiegate a causa della mancanza di accordo all’interno del Consiglio. 

L’Unione Europea, al giorno d’oggi, si trova di fronte a un bivio cruciale, dove l’implementazione di una politica di difesa comune diventa non solo un obiettivo strategico, ma una necessità imprescindibile per garantire la sicurezza e la stabilità del continente – e non solo.

La spesa per la difesa nell’UE ha conosciuto un aumento significativo negli ultimi anni, raggiungendo la cifra di 240 miliardi di euro nel 2022, rispetto ai 214 miliardi del 2021. Tuttavia, solo una parte di queste risorse è destinata a progetti congiunti di difesa, con il 18% degli investimenti degli Stati membri realizzato in cooperazione, secondo un report dell’Agenzia europea per la difesa (AED).

La questione della difesa europea non è nuova: si parla di una vera “Unione Europea di difesa” da oltre settant’anni. Tuttavia, gli eventi degli ultimi decenni, come l’aumento esponenziale dei bilanci per la difesa di Paesi come Russia e Cina, insieme alla possibilità che una rielezione di Trump riporti gli Stati Uniti a delle politiche non interventiste, hanno posto l’UE di fronte all’esigenza di rafforzare la propria capacità difensiva e di deterrenza. 

Attualmente, quella dell’UE è la terza spesa militare mondiale dopo Stati Uniti e Cina. Tuttavia, l’efficacia e la capacità di deterrenza dell’Unione rimangono limitate proprio a causa dell’assenza di coordinamento nell’acquisto delle forniture militari. L’assenza di una difesa integrata si riflette infatti nella diversificazione e dispersione degli armamenti, con l’UE che conta su 17 modelli di carro armato principale (gli USA ne utilizzano uno) e oltre 180 sistemi d’armamento, rispetto ai 30 utilizzati dagli Stati Uniti. A ciò si aggiunga che anche lo sviluppo di armamenti, se non coordinato, comporta la realizzazione di prodotti simili, che competono fra loro nel mercato internazionale. L’obiettivo di lungo termine deve essere quello di sviluppare una vera “Unione Europea di difesa” con forze integrate di terra, mare e aria.

La necessità di una difesa europea integrata è ulteriormente accentuata dalla comparazione con l’industria bellica statunitense. Nonostante l’industria bellica europea abbia raggiunto un fatturato di 135 miliardi di euro nel 2022 (+10% rispetto all’anno precedente) ed abbia impiegato circa 516mila persone (+4% rispetto all’anno precedente), nessuna azienda europea compare tra le prime dieci a livello mondiale per fatturato. La statunitense Lockheed Martin, la più grande azienda produttrice di armi al mondo, ha raggiunto un fatturato di 63 miliardi di dollari nel 2022, superiore alla somma dei fatturati delle prime dieci aziende europee. Mettendo a confronto il periodo 2018-2022 con gli anni 2013-2017, le importazioni di armi da parte degli Stati europei sono aumentate del 47%. Dall’altro lato, le esportazioni di armi degli Stati Uniti sono aumentate del 14%, facendo passare gli USA dal controllare il 33% delle esportazioni mondiali al 40%.

Quando Draghi osservò in Parlamento che tutti gli Stati europei si sarebbero trovati ad aumentare la spesa per la difesa e a raggiungere il target NATO del 2%, invitò a riflettere se realizzare tale aumento a livello nazionale o a livello europeo. Dal momento che la spesa europea per la difesa è circa l’1,5% del PIL, ciò significherebbe dedicare uno 0,5% alla difesa europea. In pratica, concentrare il 25% della spesa militare a livello europeo, mantenendo il 75% a livello nazionale.

Senza dimenticare però che il problema fondamentale non sono le risorse. Gli europei spendono già per la difesa l’1,5% del PIL, una volta e mezzo il bilancio comunitario, oltre il doppio della Russia. Il nodo è spendere insieme, creando una difesa europea e un’industria militare europea standard, superando gli sprechi inaccettabili dovuti al mantenimento di 27 difese nazionali separate e distinte e alla competizione interna tra le varie compagnie produttrici all’interno dell’UE.

È in questo contesto che il recente annuncio della Commissione Europea ha catalizzato l’attenzione, delineando una strada verso l’obiettivo di una difesa unica europea. Il 5 marzo, la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha presentato un piano ambizioso volto a rivitalizzare l’industria europea della difesa, che si propone di rafforzare la capacità difensiva del continente in modo significativo entro il 2030. Lo European Defence Industrial Programme (EDIP) conferma l’obiettivo di garantire che almeno il 40% delle forniture militari e il 35% del valore degli scambi riguardino il commercio tra gli Stati membri. A questo scopo, è prevista la mobilitazione di 1,5 miliardi di euro per rafforzare il settore. 

La presidente della Commissione Europea Von der Leyen ha non solo dichiarato che l’Unione Europea deve aumentare la sua spesa per la difesa, ma anche che, avendo scelto di correre alle elezioni europee del prossimo 6 giugno, se rieletta istituirà un Commissario per la Difesa, affermando che l’UE deve aumentare le proprie capacità di difesa ed essere pronta ad affrontare le minacce senza il supporto degli Stati Uniti.

L’Europa si trova ad un momento cruciale della sua storia, in cui è chiamata a reagire con determinazione e visione a sfide geopolitiche sempre più complesse. La prospettiva di una difesa unica europea non è solo un ambizioso progetto politico, ma un passo fondamentale verso l’affermazione dell’Europa come attore globale autonomo e responsabile.

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