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L’analisi delle politiche pubbliche come nuovo paradigma di efficienza politica, economica e sociale.

Di Claudio Esposito Scalzo

Sul tema dell’analisi delle politiche pubbliche si è sempre riscontrata una certa diffidenza, dovuta per lo più alla paura dei policy maker di confrontarsi con strumenti molto potenti, capaci di restituire empiricamente i risultati delle proprie scelte politiche e di mettere a nudo la validità delle stesse. 

A partire dagli anni ’90, con una lenta presa di coscienza a vari livelli di governo nazionale ed europeo, si è assistito ad un crescente interesse al tema della valutazione delle politiche, intese come misurazione della corrispondenza tra l’obiettivo politico programmato ed il suo concreto raggiungimento.

Invero, quando si parla dell’analisi delle politiche pubbliche si dovrebbero lasciar cadere le sovrastrutture ideologiche in favore di un approccio scientifico, basato sui dati, fondato se non totalmente, almeno in parte, sulla visione della politica “senza romanticismo” auspicata da James Buchanan. Difatti, sebbene la scelta ed il coraggio del perseguimento delle politiche sia frutto anche di emozioni derivanti dalla sensibilità e capacità di intercettare l’interesse pubblico, il momento analitico, se vuole essere utile allo scopo, deve essere preciso e razionale, tenendo sempre a mente che non tutti i dati diventano informazione, così come non tutte le informazioni generano conoscenza.

In passato, i primi esperimenti di valutazione delle politiche pubbliche sono nati negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta, in considerazione del fatto che in quell’ordinamento l’intervento statale negli affari sociali non era comune e quindi la misurazione preliminare degli effetti fu quasi automatica. Invece, in Europa, dove l’intervento pubblico aveva una maggiore tradizione ed era considerato parte integrante del sistema, questo approccio è stato adottato molto più tardi, principalmente a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, anche grazie agli esempi maturati nell’ambito di istituzioni internazionali come l’OCSE. 

A tal riguardo, occorre evidenziare che il periodo in cui la valutazione delle politiche pubbliche in Europa ha iniziato ad essere percepita come una necessità è strettamente collegato agli effetti della crisi economica e finanziaria globale, i quali hanno spinto i singoli Paesi a cercare modi per contenere la spesa e adottare pratiche valutative per monitorare l’utilizzo dei fondi pubblici. In sostanza, si è cercato di focalizzarsi su una normazione di qualità, capace di delineare chiaramente gli obiettivi, misurarne i risultati ed intervenire e rettificare ove opportuno.

Proprio queste considerazioni hanno spinto anche l’Unione europea a perseguire l’obiettivo di migliorare la qualità della regolamentazione, meglio nota come “better regulation”, la cui realizzazione viene considerata di primaria importanza sia sotto un profilo economico di efficiente allocazione delle risorse volte a rispondere ad interessi pubblici, sia come strumento di vicinanza alla popolazione – attraverso il coinvolgimento dei cittadini e degli stakeholders, oltre che attraverso strumenti di misurazione della percezione della validità delle misure politiche adottate.

In particolare, in ambito europeo, un ruolo di grande rilevanza è svolto dalla Commissione, in qualità di organo con poteri di iniziativa legislativa, la quale ha il compito di pianificare e proporre atti legislativi sulla base di studio e analisi di impatto della regolamentazione. Inoltre, ad implementazione della sempre maggior attenzione al tema si evidenzia che un ulteriore compito della Commissione è quello di valutare e monitorarne l’attuazione nei singoli Paesi membri.

Tutto ciò premesso, appare evidente come l’Unione europea, oltre che i singoli Paesi (in Italia si faccia riferimento ad AIR e VIR), si stia muovendo nella direzione di una maggiore considerazione per lo studio scientifico delle politiche pubbliche, ma è anche vero che agli strumenti di analisi, misurazione e valutazione delle politiche, devono affiancarsi ulteriori aspetti: la più grande sfida risiede in un concreto cambio di paradigma culturale. 

Difatti, sebbene si siano fatti enormi passi in avanti nello sviluppo di questo approccio, permangono ancora notevoli margini di diffidenza, soprattutto nella fase di implementazione dove non solo i c.d. street level bureaucrats individuati da Lipsky, ma anche i più alti livelli dirigenziali, approcciano questi strumenti come meri adempimenti burocratici. Tali adempimenti, infatti, erroneamente, possono essere percepiti come strumenti di rallentamento dell’iter di produzione di policy, dovendo giustificare, sulla base dell’analisi effettuata e dei dati raccolti, la motivazione del perseguimento di una determinata politica.

Si tratta di uno scontro culturale tra l’approccio classico in cui si riteneva che le leggi dovessero avere solo carattere precettivo (senza spiegare o giustificare nulla), secondo il principio “lex iubeat, non doceat, in contrapposizione all’approccio moderno in cui le attività regolatorie devono essere motivate dal recepimento di un interesse collettivo sulla base del coinvolgimento dei cittadini e degli stakeholder, dall’analisi delle possibili soluzioni al problema, dalla scelta della soluzione ritenuta migliore sulla base dello studio effettuato e sull’implementazione della stessa nel concreto, a cui si deve necessariamente affiancare un’attività di monitoraggio per riscontrare, nel concreto, i risultati di tale politica ed eventualmente intervenire ove si riscontrino delle criticità.

Si badi, tale ultimo approccio, che potremmo definire moderno, non rappresenta un mero esercizio tecnico per pochi addetti ai lavori, ma è interesse di tutta la collettività. La sensibilità al tema, l’attenzione ai tre momenti di valutazione (ex ante, in itinere, ex post) rappresenterebbe un grande passo di crescita sociale e culturale che potrebbe porre un freno, o quantomeno limitare, quel continuo fenomeno di “sistema emergenziale” in cui ogni politica non è basata sull’analisi e lo studio tecnico e sui benefici che la collettività ne può trarre, bensì su azioni estemporanee finalizzate ad intercettare un vago quanto mutevole consenso elettorale. Comprendere appieno le potenzialità dell’analisi delle politiche pubbliche permetterebbe agli europei di essere cittadini più consapevoli, cittadini capaci di distinguere quelle proposte politiche solo simboliche, che non vanno a risolvere realmente il problema (nonostante vengano proposte come tali), smontando definitivamente l’appeal su quel tipo di leggi che vengono definite “tigri di carta”: ruggiscono, fanno paura, ma non mordono.

Ci troviamo di fronte a nuove sfide, politiche, economiche e sociali e l’Unione europea ed i suoi Stati membri hanno la possibilità e il dovere di puntare sulla qualità della propria regolamentazione. Questo, però, può accadere soltanto se continuerà a crescere da parte di tutti i cittadini europei la consapevolezza dell’utilità di questi strumenti, la voglia di sentirsi parte integrante delle istituzioni e se si riuscirà a dare sempre maggior valore all’interazione tra cittadini, imprese, associazioni ed istituzioni. Tale processo di maturità sarà ancora più evidente nel momento in cui la necessità di questo tipo di valutazione non sarà collegata ad una mera attività di spendig review (trovare gli sprechi per tagliare risorse), ma sarà considerato come uno strumento ordinario per una efficiente ed efficace gestione delle risorse comuni. Solo in questo modo l’Unione europea sarà capace di rispondere alle grandi sfide che ci attendono, continuando a tracciare quel cammino segnato da Robert Schuman quel lontano 9 maggio 1950.

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