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In nome del popolo europeo: La necessità di una Carta penitenziaria europea per garantire la protezione dei diritti fondamentali delle persone private della loro libertà

Di Serenella Masotti

Alla fine di gennaio giornali e televisioni hanno ripreso, mandato in onda e descritto con dovizia di particolari, le immagini di una nostra concittadina scortata dagli operatori penitenziari in un’aula di Tribunale. Era Ilaria Salis. 

Un anno fa Salis è stata arrestata in Ungheria con l’accusa di aver aggredito estremisti di destra durante un raduno per commemorare la resistenza del governo filonazista di Budapest all’Armata Rossa. Da tempo lei – e, per suo tramite, la sua famiglia – denunciano le disumane condizioni con cui sta scontando una assurda carcerazione preventiva: cimici, topi, catene, isolamento, lenzuola putride, impossibilità di contatti con i familiari, cibo scadente, finestre rotte, comunicazioni con le Autorità ungheresi ridotte all’osso.

Parole a cui, dal 29 gennaio, riusciamo a dare forma e sostanza. Da quando nei telegiornali e sui social media abbiamo potuto vedere il suo arrivo in Aula per comparire dinanzi ai giudici. Salis era ammanettata. I polsi erano assicurati due volte e legati poi, all’altezza dell’ombelico, ad una grossa cinta nera. Un identico pezzo di pelle circondava le caviglie, anch’esse legate tra loro e sigillate da due grossi lucchetti, lasciando un piccolo spazio tra le gambe, necessario giusto per fare un passo dopo l’altro. 

Quella cinta nera in vita aveva poi un anello, cui era legata una catena. Serviva per portare al guinzaglio Salis che è entrata in Tribunale a piccoli passi, tenuta da un’Agente in divisa blu e guardata a vista da un altro con tuta militare, giubbotto antiproiettile e passamontagna nero.

Il fallimento dello Stato di diritto era tutto lì, in quelle immagini. Abbiamo scoperto che esistono prigioni in Europa considerate dei veri e propri lager. Ci ha sconvolto sapere che, in attesa di sentenza definitiva, gli imputati – considerati innocenti, in Europa, fino a prova contraria – sono spesso costretti per mesi, forse anni, in carcere. Ci hanno scandalizzato le dimensioni delle celle, la mancanza di aria, le brande sottilissime, l’esperienza dell’isolamento, le pratiche torturanti. 

In Italia il dibattito sulle carceri solitamente dura il tempo della cronaca. Eppure, per Ilaria Salis la reazione è stata potente, insistente. Un grido di indignazione si è levato da tantissime piazze italiane, che hanno chiesto con forza – e continuano a farlo – che siano rispettati i diritti di Salis, primo tra tutti il diritto al rispetto della sua dignità.

Non deve però persuaderci l’idea che tutto questo sia lontano da noi. Che la disumanità sia praticata solo all’estero.

In Italia il pessimo stato delle strutture carcerarie spesso connota la detenzione in senso vessatorio e degradante. Basti pensare che, secondo i dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 31 marzo 2024, gli istituti penitenziari italiani sono abitati da circa 61.000 detenuti, ma ne potrebbero ospitare poco più di 51.000 (senza considerare i posti temporaneamente non disponibili perché inutilizzabili che, secondo le stime dell’Associazione Antigone, sono circa 3600). Un carcere su tre non garantisce nelle celle lo spazio minimo individuale richiesto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (3 mq). In più del 60% delle carceri italiane non è garantita acqua calda e nella metà degli istituti non c’è una doccia in ogni cella. 

Il dramma carcerario è però un cubo a sei facce e le strutture fatiscenti sono solo una parte del problema. 

Ogni tre giorni, dall’inizio di quest’anno, un detenuto si è tolto la vita. Un dato che mette in evidenza le disfunzionalità di un sistema, anche culturale, che si approccia al reato con vendetta. Che ha perso – o, forse, non ha mai avuto – l’ambizione costituzionale di incoraggiare, sostenere, restituire alla vita in società, uomini e donne che consapevolmente intraprendono un nuovo cammino, nel rispetto della legge e degli altri.

È una questione di funzione, scopo, responsabilità dell’esperienza detentiva; di ipercriminalizzazione; di un sistema che soffoca i disagi ed è diventata la risposta a tutto: alle dipendenze, alla povertà, alle mancate risposte nel territorio. Anche alla malattia psichiatrica. 

La giustizia lenta, poi, il personale insufficiente e in burnout, gli episodi di violenza – sfociati di recente in pesanti condanne per tortura – le scarse possibilità di studio e lavoro, rendono il tempo della pena una clessidra vuota, dolorosa, senza opportunità. Lontana dagli standard di dignità che la nostra Carta costituzionale, le regole penitenziarie europee, le linee guida internazionali richiedono per il trattamento delle persone detenute. 

Quando la reclusione diventa sinonimo di negazione dell’umanità altrui, è evidente che rispolverare la citazione di Voltaire sulla misurazione del grado di civiltà di un Paese non basta: si tratta di un approccio che non può avere cittadinanza nell’Unione europea, lo “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” per eccellenza. 

Sono passati 20 anni da quando fu proposta la Carta Penitenziaria Europea, un insieme di norme riguardanti le condizioni di detenzione (dagli aspetti sanitari, come le regole sulla pulizia, a quelli abitativi, relativi ad esempio allo stato di ventilazione delle celle o al passaggio di luce), le attività di reinserimento sociale (attraverso l’istruzione, la formazione professionale, il riavvicinamento familiare, il ricorso a carceri aperte o semi-aperte, la promozione di misure alternative) e il godimento pieno dei diritti umani (accesso ai servizi sanitari, tutela della salute mentale, diritto ad una vita affettiva e sessuale, diritto di difesa e all’informazione). Regole puntuali e, soprattutto, pienamente vincolanti per i Paesi membri dell’Ue (e del Consiglio d’Europa, in un’iniziativa congiunta anche oltre i confini politici dell’Unione). Forse è da qui che la riflessione sulla detenzione deve ripartire. Per proteggere quel nucleo irriducibile di diritti fondamentali dall’umiliante cultura della privazione totale, della separazione persecutoria, della punizione esemplare che certe storie, in Italia e in Europa, raccontano. Per Ilaria Salis, Beniamino Zuncheddu, Stefano Cucchi, Filippo Mosca, Matteo Concetti. 

 

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