VERSO DEMOCRAZIE POST-RAPPRESENTATIVE?
Quattro progetti di ricerca incentrati sulla partecipazione politica esplorano diverse dimensioni e contesti sociali: dagli adolescenti (con Sabina Licursi e Emanuela Pascuzzi), alle aree periferiche e liminali delle città metropolitane (con Michele Sorice), fino all’idea di una partecipazione alternativa (con Filippo Barbera), per arrivare infine alle aree interne della Calabria (con Valeria Tarditi e Mariafrancesca D’Agostino).
La proposta di Sabina Licursi ed Emanuela Pascuzzi ci ha portato a esplorare l’esperienza della partecipazione politica degli adolescenti (14-17 anni) attraverso i world cafè svolti durante la loro ricerca. Ascoltando le loro voci, lontano dal giudizio degli adulti, abbiamo scoperto un’immagine di un paese che non sembra fatto per i giovani. Le istituzioni e la società, infatti, non riescono a trasmettere messaggi chiari o utili per comprendere la realtà contemporanea. Ciò nonostante i teenager non restano indifferenti agli avvenimenti anzi, credono fermamente che la circolazione della parola, fisica e digitale, possa orientare le scelte e favorire il cambiamento. Ma non è tutto: desiderano anche spazi dove stare insieme e fare qualcosa di concreto. Chiedono di essere riconosciuti dagli adulti per la loro capacità di agire nel mondo, esercitando un ruolo attivo. Non si accontentano di essere ascoltati, ma vogliono che le loro parole, domande e proposte vengano prese in considerazione, che abbiano un peso nelle decisioni. È una richiesta di inclusione, di partecipazione reale. Tuttavia, accanto a questa richiesta di protagonismo, si affianca anche quella di non essere lasciati soli di fronte a ciò che sfida la loro esperienza, ma che rappresenta una parte fondamentale del mondo che li circonda.
La proposta di Michele Sorice analizza le pratiche non convenzionali di partecipazione osservando come le dinamiche di rigenerazione urbana nei paesaggi liminali si trasformino in spazi di resistenza alle logiche coloniali della città neoliberista. In queste aree – al margine ma non marginali – il cambiamento sembra sempre imminente, imminente, ma viene rallentato da disinvestimenti strutturali e da una governance che privilegia l’interesse privato.
Questi territori sono la casa e il laboratorio di una pluralità di attori, pratiche e relazioni che attraverso processi dal basso immaginano un futuro alternativo possibile dove l’urbano torni ad essere bene comune, dove ogni iniziativa riprenda ad essere una presa di parola collettiva, un gesto concreto di risignificazione e riappropriazione dello spazio. Questi esperimenti non seguono modelli standardizzati, ma operano secondo geometrie variabili, intrecciando presenza fisica e digitale, costruendo forme ibride di partecipazione che sfidano la rigidità istituzionale. Sono processi fragili ma generativi, che ridefiniscono i concetti di relazione, cura, immaginazione condivisa. In queste pieghe della città neoliberista si aprono spiragli di futuro, dove le relazioni contano più dei profitti.
Il contributo di Filippo Barbera ha preso le mosse dal suo libro “Piazze vuote: Ritrovare gli spazi della politica” e dal concetto di governance sperimentalista. Partendo dal dato evidente del calo della partecipazione politica all’interno e all’esterno delle sedi istituzionali, dalla crisi delle formazioni partitiche e dei grandi movimenti sociali, si pone un interrogativo: perché “la gente” non partecipa? Nella lettura del prof. Barbera tra i principali agenti disincentivanti si collocano da un lato l’assenza di spazi e luoghi fisici, in cui poter prendere parte (nel senso più puro del termine) e costruire e praticare un nuovo “noi” e definire una nuova agenda politica che parta dai bisogni e dai desideri imminenti e futuribili di una pluralità di soggettività che non trova più espressione e rappresentanza nei luoghi chiusi e sordi della politica centralizzata negli apparati statali.
Infine, il lavoro di Valeria Tarditi e Mariafrancesca D’Agostino ci porta nelle aree interne della Calabria, dove anche in condizioni di forte marginalità si moltiplicano esperienze che rispondono all’erosione del welfare attraverso la partecipazione comunitaria. Queste dinamiche, tuttavia, si accompagnano a un dibattito critico sulla depoliticizzazione dei conflitti: molte iniziative, pur nate dal basso, rischiano di apparire irrilevanti o persino funzionali al mantenimento dello status quo. Il loro studio indaga le forme di attivismo civico in questi contesti, osservando come – nonostante vincoli strutturali e scarsità di risorse – emergano pratiche di riappropriazione del territorio, orientate a costruire modelli di sviluppo alternativi e più equi. Le esperienze raccolte rivelano una molteplicità di logiche e traiettorie: pur condividendo tensioni simili, esse danno vita a visioni differenti della comunità e a modalità di legittimazione plurali. Anche qui, dove lo Stato arretra, la partecipazione diventa una risposta concreta, e spesso politica, alla necessità di futuro.
Sabato il tavolo ha ospitato Mariella Mirabelli (UniCal) Luciano Brancaccio (UniNa) Mimmo Fruncillo (UniSa) Rossana Sampugnaro (UniCt) e Antonello Costabile (UniCal) che hanno presentato un nuovo progetto di ricerca sulla partecipazione alle elezioni politiche proponendo il quadro teorico di partenza e la prima fase di ricerca dati.
In questa primo step è già chiara la complessità dell’argomento: quanto influisca sulla partecipazione la densità di popolazione nella nazione, la precarietà lavorativa e la necessità di migrazione interna delle generazioni over 20 e under 40 nonché l’influenza delle problematiche di rappresentanza dei vari partiti politici e la disaffezione che questa crea nella società. È emersa infatti la necessità non più di porsi la domanda “perché le persone non vanno a votare?” quanto “cos’è che spinge le persone a recarsi alle urne?”. Al quadro complesso posto dal gruppo di ricerca è stata affiancata la visione della governance sperimentale del professore Barbera.
