Il 23 gennaio, gli studenti e le studentesse dello stream Greennovation hanno svolto la quarta lezione del Corso Annuale 2026 presso l’Agenzia di Ricerche e Legislazione, fondata da Nino Andreatta, in Piazza Sant’Andrea della Valle.
La giornata si è aperta con l’intervento di Davide Ragone, consigliere giuridico presso il Comitato per la legislazione del Senato e docente all’Università La Sapienza, che ha guidato i partecipanti in una riflessione ampia e articolata sul tema della giustizia climatica, analizzata nelle sue dimensioni politiche, giuridiche e sociali.
Fin dalle prime battute è emerso come le politiche ambientali possano generare forti tensioni istituzionali. Un esempio emblematico è quello del Canada, dove il conflitto tra gli interessi delle province federali e le scelte del governo centrale ha rischiato di portare il sistema politico interno sull’orlo dell’implosione. Dinamiche simili si riscontrano anche sul piano internazionale, dove la risposta al cambiamento climatico è segnata da profonde asimmetrie di responsabilità e di impatto: i Paesi che hanno contribuito maggiormente alle emissioni non sono necessariamente quelli che ne subiscono le conseguenze più devastanti. A questa diseguaglianza si affianca una dimensione intergenerazionale. Le scelte compiute oggi, infatti, proiettano i loro effetti sulle generazioni future.
Il cambiamento climatico incide ormai in modo strutturale sull’organizzazione delle società contemporanee e assume una rilevanza giuridica cruciale, configurandosi come una minaccia diretta a diritti fondamentali quali la salute, l’abitazione e la sicurezza. Per rispondere a questa emergenza, la comunità internazionale ha progressivamente costruito, a partire dal 1992, una strategia fondata su tre pilastri: la mitigazione, volta alla riduzione delle emissioni di gas serra; l’adattamento, inteso come insieme di misure per convivere con gli effetti del riscaldamento globale; e il finanziamento, destinato a sostenere i Paesi più vulnerabili.
Nonostante gli Accordi di Parigi fissino l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 °C, negli ultimi anni molti Stati hanno progressivamente ridimensionato le proprie ambizioni, rinviando gli impegni più stringenti al 2050. La seconda parte della sessione è stata dedicata all’approfondimento della giustizia climatica sul piano giurisprudenziale. Rispetto al diritto tradizionale, questa materia si caratterizza per una dimensione particolarmente complessa del fattore temporale: i nessi di causalità, infatti, non sono immediati, ma si estendono nel futuro. Nonostante ciò, la giurisprudenza sta attraversando una fase di rapida evoluzione, come dimostrano alcuni casi ormai emblematici.
Nel caso Urgenda (2019), la Corte Suprema olandese ha accolto il ricorso promosso dalla Fondazione Urgenda insieme a 886 cittadini, imponendo al Governo la riduzione delle emissioni del 25% entro l’anno. La portata storica della sentenza risiede nel riconoscimento dell’insufficienza dell’azione pubblica e nell’imposizione di obiettivi climatici specifici e vincolanti al legislatore. Più recentemente, nel caso KlimaSeniorinnen v. Svizzera (2024), la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’inerzia dello Stato di fronte al cambiamento climatico può configurare una vera e propria violazione dei diritti umani.
La sessione si è conclusa con una simulazione di un processo climatico. Suddivisi in tre gruppi, associazioni ambientaliste, Stato e organi giudiziari, i partecipanti hanno messo in scena le diverse fasi del giudizio, confrontandosi con le argomentazioni di accusa, difesa e decisione. Un esercizio pratico che ha permesso di comprendere concretamente le dinamiche della climate litigation.
La seconda sessione, intitolata «Policy Lab: dalla teoria alla pratica», è stata guidata da Giulio Boccaccio, Policy Analyst del Single Market Lab e docente presso l’Università Roma Tre.
L’obiettivo dell’incontro è stato quello di fornire ai partecipanti gli strumenti metodologici necessari per orientarsi nella progettazione e nella strutturazione delle politiche pubbliche, colmando la distanza tra l’elaborazione teorica e l’applicazione concreta.
Per l’anno in corso, il Policy Lab si concentrerà su tre aree strategiche: investimenti, integrazione economica, coesione e welfare. I partecipanti saranno suddivisi in gruppi di lavoro chiamati a elaborare proposte operative che confluiranno in un report finale unitario. All’interno dello stream Greennovation, in particolare, il lavoro si articolerà su due ambiti: la transizione ecologica europea e la politica industriale europea.
Il valore formativo dell’esercizio risiede nella possibilità di comprendere i principi cardine dell’elaborazione di una policy, insieme alle criticità che ne accompagnano l’implementazione. È stato infatti sottolineato come le politiche pubbliche siano spesso il risultato di complessi compromessi politici, maturati sotto la pressione di tempistiche ristrette e di interessi divergenti.
Nel corso della sessione sono state quindi analizzate le fasi fondamentali che guideranno il lavoro dei gruppi. Si parte dall’analisi del problema, che richiede la raccolta dei dati, lo studio della letteratura scientifica, l’osservazione del dibattito pubblico e il coinvolgimento degli stakeholder. Segue l’identificazione degli obiettivi, chiamati a essere chiari, misurabili e argomentati. Un passaggio centrale riguarda poi la scelta degli strumenti, con l’individuazione dell’atto giuridico più idoneo, tra Regolamento e Direttiva, per il raggiungimento dei target prefissati. Infine, la fase di valutazione consente di misurare l’impatto effettivo della politica adottata, confrontando i risultati ottenuti con la situazione di partenza.
La terza sessione, curata da Andrea Falessi, già Direttore delle Relazioni Esterne di Open Fiber, è stata dedicata al tema delle Relazioni Esterne, presentate come un vero e proprio “arcipelago” di competenze e funzioni.
Nel corso dell’incontro è stata tracciata una mappa delle Relazioni Esterne, articolate principalmente in due grandi aree: da un lato le Relazioni Istituzionali, che comprendono i rapporti con attori nazionali, internazionali e territoriali; dall’altro la Comunicazione, intesa in senso ampio, dalle media relations alla comunicazione digitale, dalla pubblicità agli eventi, fino alla comunicazione interna e di crisi.
Particolare attenzione è stata dedicata alla distinzione tra comunicazione e marketing: mentre il marketing è legato a prodotti e servizi dotati di un prezzo, la comunicazione lavora prevalentemente su asset intangibili come brand, reputazione e fiducia, il cui valore, pur non essendo immediatamente misurabile, è strategico.
Un altro passaggio centrale ha riguardato il rapporto tra comunicazione e sostenibilità. È stato sottolineato infatti come la sostenibilità non possa essere ridotta a una semplice attività comunicativa, pena il rischio di greenwashing. Al tempo stesso, le due dimensioni sono strettamente correlate e, nella pratica organizzativa, la sostenibilità finisce spesso per essere collocata all’interno delle funzioni di comunicazione. La sessione ha poi offerto una panoramica sui percorsi formativi e sulle diverse configurazioni organizzative delle Relazioni Esterne nelle aziende, evidenziando il valore della specializzazione.
Infine, è emersa con forza l’importanza della misurazione: anche in un ambito che lavora su elementi immateriali, oggi tutto deve essere valutato attraverso metriche e KPI, dalla comunicazione digitale alla sostenibilità, fino alle media relations. Accanto alle competenze tecniche, è stata richiamata anche la dimensione estetica del lavoro nelle Relazioni Esterne: la digitalizzazione non elimina il bisogno di gusto, sensibilità e curiosità culturale.
