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Europa e Immigrazione: parla Pietro Bartolo

Di Pietro Di Grazia

La IX legislatura del Parlamento Europeo volge al termine, legislatura segnata da gravi problematiche (la pandemia del SARS -CoV-2, su tutte) che hanno messo a dura prova le istituzioni e i cittadini europei. Oltre la pandemia, come del resto negli ultimi dieci anni, la migrazione è stato uno dei temi principali da fronteggiare. Ne parliamo con Pietro Bartolo, medico di Lampedusa e vicepresidente della commissione LIBE del Parlamento Europeo.

Pietro, come si è mossa la commissione europea a riguardo nel mandato che sta per concludersi?

La questione migratoria non è mai veramente rientrata nelle priorità di questa Commissione che nel corso della legislatura ha assecondato sempre di più le spinte dei gruppi conservatori e dei partiti dell’estrema destra. L’esternalizzazione delle frontiere, i memorandum con i Paesi Terzi rispondono tutti al medesimo disegno: impedire che i migranti arrivino in Europa. Anche il Patto sulla migrazione è il risultato di questa visione. Un combinato disposto che rischia di diventare l’aggancio normativo alle peggiori proposte della destra come ad esempio le esternalizzazioni, le procedure accelerate anche dove oggi non esistono i presupposti.  

Quali input sono arrivati dal Parlamento Europeo? Sono stati accolti?

Da relatore ombra per il gruppo S&D, ho seguito i lavori che hanno portato all’adozione del regolamento Asilo e Migrazione (RAMM) che avrebbe dovuto riformare il Regolamento di Dublino eliminando il criterio del paese d’arrivo che attribuisce la responsabilità dell’analisi delle domande di asilo di protezione internazionale agli Stati di primo ingresso come l’Italia. Nel Patto adottato questo principio continua a permanere ma siamo riusciti ad introdurre altri criteri come i legami significativi, ad iniziare da quelli familiari e culturali. Siamo riusciti per la prima volta ad introdurre il principio di solidarietà obbligatoria. Ma questo da solo non basta ad esultare, a parlare di svolta. Non solo perché nel testo adottato si è voluta limitare la solidarietà obbligatoria ad una quota di almeno 30 mila persone e rendere questa stessa solidarietà flessibile con la possibilità di aiutare il paese di primo ingresso in maniera finanziaria, piuttosto che facendosi carico dei migranti, ma perché gli altri regolamenti introducono elementi di grande disumanità. Tra i tanti: l’obbligo di dati biometrici a partire dai 6 anni per schedare come fossero criminali tutte le persone che arrivano, il trattenimento al solo scopo del riconoscimento di chi arriva, le “procedure speciali alla frontiera” anche per le famiglie e i minori non accompagnati che saranno rinchiusi in centri appositamente designati alle frontiere esterne dell’Europa, rimpatrio nei paesi di transito ed una pericolosa definizione di “strumentalizzazione” che, assieme alla situazione di crisi e forza maggiore fa scattare deroghe al sistema generale di gestione della migrazione e asilo a scapito della tutela dei diritti di queste persone. Meccanismi che non aiuteranno l’Italia ma su cui il Governo italiano non ha avuto nulla da ridire.  

Quale futuro, nel breve tempo, avranno le politiche migratorie in EU? 

Non ci saranno trasformazioni epocali. La solidarietà obbligatoria prevista nel Patto sulla migrazione dovrà essere messo in atto dagli stati membri e servirà la massima attenzione per evitare che non ci siano violazioni dei diritti umani. Oggi abbiamo moltissimi campanelli d’allarme: la politica contro le ONG che in Italia si inasprisce con il decreto CUTRO; la permanenza prolungata nei CPR che diventano sempre più luoghi inaccessibili dove l’esigibilità dei diritti per chi vi viene rinchiuso diventa sempre più complicata; e poi quanto sta accadendo rispetto allo smantellamento dell’accoglienza diffusa che non rientra nei piani del governo Meloni e degli altri Stati a guida conservatrice. Diciamo da vent’anni che il fenomeno migratorio non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale. All’orizzonte non vedo niente di buono, anche perché dopo la presidenza Belga, arriverà quella ungherese e sappiamo quali sono le convinzioni di Orban. 

Quali azioni bisognerebbe concretamente portare avanti?

Lo dicevo prima: possiamo e dobbiamo considerare il fenomeno migratorio come fatto strutturale e collocarlo dentro una visione più ampia di trasformazione del mondo in cui viviamo e della nostra stessa Europa che deve tornare ad avere una dimensione euro-mediterranea. Se guardiamo alle nostre comunità ci accorgiamo come l’impoverimento demografico sia ovunque inarrestabile e che a risentirne non è solo l’equilibrio all’interno delle famiglie ma l’intera società e l’economia. Confindustria per prima ha lanciato l’allarme. Le società nazionaliste non esistono più. Nel presente e, ancora di più, nel futuro c’è spazio solo per società multiculturali se l’Europa che vogliamo mantenere è un’Europa di pace e diritti. Gestire il fenomeno migratorio significa guardare dentro e fuori ai nostri confini per capire cosa sta accadendo. La prima cosa da fare per aiutare chi fugge dall’Africa e dal Medioriente è aprire vie legali di ingresso e pensare ad investimenti che puntino sulla formazione e sull’autodeterminazione di chi vive dall’altra parte del Mediterraneo. Servono politiche di pace non di guerra.

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