L’8 novembre, presso la sede AREL – Agenzia di Ricerche e Legislazione fondata da Nino Andreatta, si è tenuta la seconda lezione del Corso annuale di Scuola di Politiche, la prima per il gruppo “Education&Work”. La giornata, caratterizzata da un ricco e stimolante programma, ha offerto numerosi spunti di riflessione sui temi del disordine globale, delle trasformazioni in corso nel panorama politico e nell’elaborazione di politiche pubbliche.
Ad inaugurare la giornata è stato il Prof. Paolo Guerrieri, visiting professor presso PSIA, SciencePo e Università di San Diego, con cui è stato affrontato il tema “Il disordine globale e le sfide per l’Europa”. Assumendo come punto di partenza l’analisi storica dei rapporti economici mondiali, si è tracciata la seguente periodizzazione:
– l’era interbellica (1914-1945): un periodo di frammentazione e nazionalismi economici, segnato da una debole cooperazione internazionale;
– il sistema di Bretton Woods (1950-1975): dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti e il Regno Unito radunarono 44 paesi per rifondare l’economia mondiale, creando istituzioni multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e il GATT (poi WTO). Gli Stati Uniti emersero come potenza egemone, guidando un sistema economico regolamentato e cooperativo;
– l’iper-globalizzazione (1990-2008): la caduta del muro di Berlino segnò l’inizio di un’epoca di globalizzazione senza precedenti, contribuendo alla nascita di una economia tripolare mondiale (USA, Ue, Cina). Tuttavia, questa globalizzazione non governata ha prodotto profonde disuguaglianze tra chi beneficiava del nuovo sistema e chi ne subiva invece gli effetti negativi.
La Cina è stata certamente la protagonista indiscussa di questa trasformazione. Con il tempo, la Repubblica Popolare è diventata infatti il principale partner commerciale di 120 paesi, superando gli Stati Uniti (80 paesi ca) e l’Unione Europea (60 paesi ca). Nel primo decennio del XXI secolo, la Cina ha superato gli stessi Stati Uniti in alcuni settori economici chiave, grazie alla riconversione della sua economia verso l’alta tecnologia. Questo ha innescato un cambio di strategia da parte degli Stati Uniti che, durante il secondo mandato di Obama, sono passati da una politica di strategic engagement a una di strategic containment nei confronti di Pechino.
Il focus della lezione è stato successivamente rivolto alla serie di crisi cicliche e interconnesse che negli ultimi decenni hanno cambiato profondamente l’assetto economico e geopolitico globale. Taluni esperti hanno ripreso la definizione di “permacrisi” – una crisi permanente caratterizzata dall’interazione di shock economici, sanitari, geopolitici e climatici – associandola ad eventi come la pandemia da COVID-19, l’invasione russa in Ucraina, la guerra a Gaza e i problemi legati alla stagflazione.
Si è discusso, dunque, dei futuri scenari globali, influenzati dalle tensioni geopolitiche, dalla necessità di affrontare sfide globali come il cambiamento climatico e dalla capacità – o meno
– di cooperare a livello internazionale.
– Scontro Stati Uniti-Cina e ritorno ai blocchi. Uno scenario possibile vede un’escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Cina, con un punto critico rappresentato dalla questione di Taiwan. Questo porterebbe probabilmente a un ritorno a blocchi contrapposti, simile a quanto visto durante la Guerra Fredda. Tuttavia, molti paesi intermedi – come India, Arabia Saudita e Brasile – non avrebbero interesse a schierarsi in modo netto, preferendo mantenere legami con entrambe le superpotenze. Questo equilibrio precario potrebbe ostacolare la già complessa lotta al cambiamento climatico, poiché ulteriori divisioni globali renderebbero difficile una cooperazione efficace su questioni che esigono un impegno collettivo.
– Frammentazione endemica e bassa integrazione. In un mondo caratterizzato da una frammentazione cronica e da una scarsa integrazione economica e politica, lo sviluppo sostenibile diventerebbe sempre più difficile da perseguire. Questo poiché le transizioni verso modelli economici sostenibili richiedono risorse significative, risorse di cui i paesi emergenti hanno un disperato bisogno per il loro sviluppo. In questo contesto, la cooperazione internazionale potrebbe svolgere un ruolo cruciale, ma richiederebbe un cambiamento radicale nelle dinamiche globali, con maggiore solidarietà tra paesi e una redistribuzione delle risorse verso le economie più vulnerabili.
– Un mondo frammentato ma governato. Un terzo scenario ipotizza un mondo frammentato ma governato attraverso un nuovo sistema di multilateralismo, ispirato al modello di pace perpetua di Immanuel Kant. In questo contesto, le istituzioni internazionali – nuove o riformate – sarebbero il fulcro di una gestione collettiva dei conflitti e delle sfide globali. In questo scenario, l’Unione europea potrebbe giocare un ruolo fondamentale nell’agire da mediatore, mitigando le tensioni tra le grandi potenze.
Talune domande, in coda alla lezione, hanno avuto come loro focus proprio il ruolo che l’Unione europea dovrebbe assumere nelle dinamiche globali. L’interrogativo più ricorrente ha riguardato i limiti – forse naturali – che affliggono l’Unione europea verso un processo di maggiore integrazione e che possa permettere alla stessa di adottare una politica estera e di difesa comune.
La seconda parte della giornata ha visto protagonista il Prof. Marco Valbruzzi, docente di Scienza Politica presso l’Università di Napoli Federico II e responsabile dell’area politico-elettorale dell’Istituto Carlo Cattaneo, con la lezione intitolata “Future politics: come cambieranno i partiti nei prossimi anni”. In un contesto di crescente volatilità elettorale e trasformazioni tecnologiche, il professore ha ripercosso la nascita e l’evoluzione dei partiti politici attraverso l’individuazione di due giunture storiche – la rivoluzione nazionale e la rivoluzione industriale – da cui sorgono quattro fratture delineate dal politologo e sociologo norvegese Rokkan.
– Frattura Stato-Chiesa: deriva dalla rivoluzione nazionale che ha visto l’emergere di stati-nazione centralizzati. La tensione era tra gli stati centralizzati e le istituzioni religiose (soprattutto la Chiesa Cattolica), che cercavano di mantenere il loro potere e la loro autonomia. Da questa frattura ne derivano i partiti conservatori o democristiani (es. CDU in Germania, Democrazia Cristiana in Italia) e i partiti liberali, laici e favorevoli alla separazione tra Stato e Chiesa.
– Frattura Centro-Periferia: anch’essa legata alla rivoluzione nazionale, rifletteva il conflitto tra i governi centrali e le regioni periferiche con identità, culture, lingue e culture proprie. Da questa frattura sono sorti i partiti regionalisti o autonomisti, a difesa delle minoranze culturali e/o linguistiche (es. Esquerra in Spagna, Lega Nord in Italia) e i partiti centralisti.
– Frattura Capitale-Lavoro: deriva dalla rivoluzione industriale e dal conflitto tra la classe operaia emergente e la borghesia capitalista. Da questa frattura nascono i partiti socialisti o comunisti, in rappresentanza degli interessi della classe lavoratrice (es. SPD in Germania, Partito Socialista in Francia) e i partiti conservatori o liberali.
– Frattura Campagna-Città: anch’essa legata alla rivoluzione industriale, rifletteva il conflitto tra le aree urbane industrializzate e quelle rurali legate all’agricoltura tradizionale. Da questa frattura derivano i partiti agrari (es. partiti agrari scandinavi) e i partiti industriali o progressisti.
Successivamente, con una traslazione in chiave contemporanea del modello delineato da Rokkan, sono state individuate due nuove congiunture (rivoluzione digitale e rivoluzione transnazionale) lungo cui si sono sviluppate ulteriori quattro fratture e, di conseguenza, nuovi partiti politici.
1. Europeisti contro Sovranisti;
2. Multiculturalisti contro Nativisti;
3. Aree metropolitane contro Aree marginali;
4. Vincenti contro Perdenti.
Infine, a chiudere il programma della giornata è stato Andrea Lamberti, policy analyst, con il laboratorio “Policy Lab”, durante il quale si è affrontato il tema delle politiche pubbliche. La lezione è stata un momento propedeutico all’elaborazione di una raccomandazione di policy da presentare durante la seconda parte del corso annuale.
Innanzitutto, fornire una definizione di politiche pubbliche non è semplice, poiché non esiste una definizione universalmente accettata. Questa difficoltà è accentuata dal fatto che spesso chi le studia non è direttamente coinvolto nella loro realizzazione e viceversa. Generalmente sono due i criteri principali utilizzati per analizzare le policy:
– efficacia: misura il raggiungimento degli obiettivi prefissati:
– efficienza: valuta il costo (non esclusivamente economico) necessario per raggiungere tali risultati.
La valutazione delle politiche pubbliche, tuttavia, presenta alcune criticità per via della molteplicità degli attori coinvolti, per la scarsità di dati (soprattutto nella fase iniziale) che limita l’analisi, per le conseguenze inattese che possono emergere a distanza di tempo o in contesti differenti rispetto a quelli immaginati.
Infine, gli obiettivi da raggiungere possono essere molteplici, poco chiari o incoerenti con l’impianto generale della policy. Talvolta, sono persino nascosti o difficili da identificare, soprattutto se non condivisi dai decisori politici stessi.
Terminata la prima giornata di lezione della classe “Education&Work” con l’immancabile aperitivo, il prossimo appuntamento è fissato per giovedì 12 e venerdì 13 dicembre, quando i ragazzi e le ragazze della Scuola di Politiche si ritroveranno a Roma per la tradizionale visita alle istituzioni italiane.

