La settima lezione del gruppo People&Care dello scorso 11 aprile, è stata un concentrato – come ogni occasione offerta da Scuola di Politiche – di stimoli e punti di vista nuovi. La sede dell’AREL ha ancora una volta accolto studenti e studentesse per affrontare temi estremamente attuali e coinvolgenti.
L’intera mattinata è stata dedicata al confronto e all’approfondimento di svariate tematiche con l’Onorevole Marianna Madia, attualmente Deputata e già Ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione. Il primo tema toccato insieme alla classe ha avuto come oggetto il rapporto tra minori e mondo digitale nonché le possibili strade e i potenziali strumenti finalizzati alla loro tutela.
L’esigenza di affrontare tale tematica è di fondamentale rilevanza in considerazione non solo dei tempi attuali, che vedono una presenza pressoché illimitata di internet e strumenti tecnologici in molteplici articolazioni e in ogni contesto sociale e quotidiano, ma anche dei dati allarmanti che riguardano i minori. Da quando gli smartphone sono diventati un oggetto ordinario, in pressoché qualsiasi fascia d’età, il numero di accessi ai pronto soccorso infantile sono aumentati esponenzialmente. La dipendenza da dispositivi elettronici e da internet ha effetti negativi sul cervello poiché si attivano le stesse aree che si attivano con una dipendenza da sostanze chimiche. I bambini hanno ormai un accesso, spesso senza controllo, a uno strumento sì utile ma che nasconde anche grandi insidie. Oggi i minori accedono a molte informazioni, di ogni tipo, tramite internet a cui, di fatto, viene delegata anche inconsapevolmente una parte della funzione educante che dovrebbe invece essere dei genitori e della scuola. Da ciò, al fine di prevenire non solo l’insorgenza di possibili problemi psichiatrici ma anche rischi di vario tipo come patologie fisiche e mentali, è sempre più pressante l’esigenza di limitare l’accesso ai dispositivi elettronici ma anche, e forse soprattutto, ai social network. Tale esigenza è percepita dalle istituzioni, a livello europeo e nazionale, dai genitori – si veda, ad esempio, la rete dei Patti Digitali di comunità – ma an che dalle stesse nuove generazioni.
In dialogo con l’Onorevole quindi, la classe si è interrogata e ha riflettuto in merito all’esigenza e all’utilità di una legge ovvero se basti un’autoregolamentazione al fine di proteggere i minori dai e sui social. Lo scorso maggio 2024 la deputata ha depositato una proposta di legge per regolamentare l’uso del web tra i minori, incentrata su tutele per i cosiddetti baby influencer, limite di accesso ai social all’età di 15 anni e maggiore responsabilizzazione delle piattaforme. Il primo caso di legislazione sul tema riguarda l’Australia, diventato il primo paese al mondo a bloccare del tutto l’accesso ai social per i minori di 16 anni, sanzionando le piattaforme social che non rispettano la legislazione. La misura si è resa necessaria per difendere bambini e adolescenti dai potenziali danni causati dai social, tra i quali Facebook, Instagram, X, Snapchat e TikTok. Per quanto riguarda i destinatari di tale misura, non vi sono eccezioni: anche gli under-16 che siano stati autorizzati da genitori e/o educatori all’accesso non potranno più usarli, tuttavia, in caso di uso non ci saranno sanzioni.
Questi spunti hanno avviato un acceso dibattito in merito all’efficacia o meno anche nel nostro Paese di una normativa contenente le medesime misure che non sia, però, al contempo accompagnata da vere e proprie attività di educazione digitale. Molti studenti e studentesse della classe, infatti, concordavano su quanto misure di questo tipo – quasi, a detta di alcuni, di stampo proibizionistico – non contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di tutela dei minori se contemporaneamente non si educano digitalmente non solo bambini e ragazzi ma anche gli stessi genitori. Dall’altro lato, molti hanno sostenuto come un intervento di tale tipo sia quanto ma urgente e non più derogabile vista la sempre più pressante presenza dei social nella vita di tutti e da te età sempre più basse.
Nell’ultima parte della mattinata con l’On. Madia è stato toccato il tema del diritto di voto per i cittadini italiani fuorisede. In Italia, infatti, per milioni di cittadini che studiano, lavorano o sono costretti a curarsi lontano dal proprio comune di residenza, è praticamente impossibile recarsi alle urne, se non al prezzo di sostenere viaggi lunghi e costosi e dovendosi assentare per giorni dai luoghi di studio, di lavoro o di cura. Per la maggior parte di loro, infatti, le difficoltà nell’esercitare il diritto di voto hanno contribuito in questi anni a determinare una sorta di astensionismo involontario, particolarmente grave in un momento storico in cui la partecipazione elettorale continua a ridursi. In occasione dello svolgimento delle ultime elezioni europee (8 e 9 giugno 2024), gli studenti fuori sede hanno potuto votare – per la prima volta e in via sperimentale – al di fuori della propria circoscrizione elettorale di origine o comunque nel comune di temporaneo domicilio a seguito dell’introduzione di una disciplina sperimentale, e applicabile soltanto alle elezioni per il Parlamento europeo, in base alla quale gli studenti che si trovavano al di fuori del comune di residenza per motivi di studio hanno potuto esercitare il diritto di voto. Nonostante l’eccessiva burocratizzazione e macchinosità del meccanismo, questo ha riscontrato un buon successo e molti auspicano la sua resa strutturale. La lezione si è conclusa chiedendosi, speranzosi che il termine sia breve, quando avverrà.
Il pomeriggio, per la classe di People&Care, ha preso l’avvio con una prima lezione dal titolo “Planetary Health: come stanno cambiando gli spazi e le persone nelle città” tenuta da Federico Serra, Segretario Generale di Health City Institute e C14+ Network, Direttore Generale di Planetary Health Inner Circle e Capo segreteria tecnica dell’Intergruppo parlamentare sulla qualità di vita nelle città. Il Dottor Serra ha iniziato introducendo l’obiettivo del Planetary Health Inner Circle (PHIC), ossia lavorare per il futuro del pianeta ponendo al centro la salute globale, ragionando su una nuova visione sistemica e multifattoriale che colleghi virtuosamente società-economia-ambiente-salute per prevenire gli impatti del cambiamento climatico e generando, così, un miglioramento del benessere nella popolazione anche attraverso il coinvolgimento dei giovani e il dibattito pubblico.
La diffusione del Covid-19 ha evidenziato le enormi difficoltà del mondo globalizzato nel prevenire le emergenze derivanti dall’epidemia, rispondere rapidamente alla minaccia e mitigarne gli effetti. Nel rapporto “Un mondo a rischio”, redatto dagli esperti del Global Preparedness Monitoring Board, si evidenzia come nel periodo 2011-2018 si siano registrate 1.483 epidemie in 172 Paesi del mondo, comprese Ebola, Mers e Zika (solo per citare quelle più note ai più). Per gli economisti le malattie infettive diffusive potevano avere un grande impatto economico, ma scarse probabilità che potesse esserci una pandemia: sottovalutare, quindi, i determinanti di salute ha implicazioni importanti sui sistemi politico-economici delle nazioni. A tal proposito, sul concetto di bene comune e l’impatto del coronavirus, sono state riportate alcune parole di Papa Bergoglio, pronunciate nel corso di Udienza generale del 2020, che vale la pena riportare qui in quanto capaci di andare dritte al punto: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. […] Il coronavirus ci mostra che il vero bene per ciascuno è un bene comune non solo individuale e, viceversa, il bene comune è un vero bene per la persona. Se una persona cerca soltanto il proprio bene è un egoista. Invece la persona è più persona, quando il proprio bene lo apre a tutti, lo condivide. La salute, oltre che individuale, è anche un bene pubblico. Una società sana è quella che si prende cura della salute di tutti. Un virus che non conosce barriere, frontiere o distinzioni culturali e politiche deve essere affrontato con un amore senza barriere, frontiere o distinzioni. Questo amore può generare strutture sociali che ci incoraggiano a condividere piuttosto che a competere, che ci permettono di includere i più vulnerabili e non di scartarli, e che ci aiutano ad esprimere il meglio della nostra natura umana e non il peggio”.
Si è poi passati alla definizione di due importantissimi concetti ossia quelli di uguaglianza ed equità in ambito sanitario. Uguaglianza ed equità sono due dei pilastri del nostro Servizio Sanitario Nazionale: l’uguaglianza presuppone di poter fruire dei medesimi diritti, indipendentemente da qualsiasi differenza, mentre l’equità si basa sulla modulazione degli interventi in relazione alle differenze, alle specificità, ai bisogni. In ambito sanitario diviene ancora più pressante l’obiettivo di assicurare pari opportunità nell’ambito della prevenzione, della diagnosi e della cura. A testimonianza di ciò, sono stati presentati dei dati estremamente sorprendenti, in negativo: ogni anno circa 300.000 persone in Europa muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico; il 50% dell’economia globale è minacciato dal collasso della biodiversità; il 75% di tutte le malattie infettive emergenti provengono da animali – zoonosi; la stima globale del costo dell’inattività fisica per i sistemi sanitari pubblici tra il 2020 e il 2030 è di circa 300 miliardi di dollari (circa 27 miliardi di dollari all’anno); il costo annuale della resistenza antimicrobica nei paesi dell’UE e dello Spazio economico europeo è di quasi 11,7 miliardi di euro, ossia 24 euro pro capite e, infine, il 30% della popolazione mondiale non è in grado di accedere ai servizi sanitari essenziali. Stiamo quindi vivendo un’epoca di transizione, preludio di una nuova fase della storia italiana, europea e mondiale.
Quanto premesso è fondamentale per capire l’importanza dell’approccio One Health che altro non è che un modello sanitario basato sull’integrazione di discipline diverse e sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’intero ecosistema siano legate indissolubilmente. Questo è riconosciuto ufficialmente dal Ministero della Salute italiano, dalla Commissione Europea e da tutte le organizzazioni internazionali quale strategia rilevante in tutti i settori che beneficiano della collaborazione tra diverse discipline (medici, veterinari, ambientalisti, economisti, sociologi etc.). La One Health è un approccio ideale per raggiungere la salute globale perché affronta i bisogni delle popolazioni più vulnerabili sulla base dell’intima relazione tra la loro salute, la salute dei loro animali e l’ambiente in cui vivono, considerando l’ampio spettro di determinanti che emerge da questa interrelazione. Questo approccio è stato uno dei temi centrali del G7 Salute, ospitato in Italia lo scorso autunno, a conferma dell’importanza di una transizione verso politiche più trasversali e olistiche. Un’esigenza resa ancora più evidente dalle recenti epidemie e pandemie, così come dal peggioramento dei fenomeni legati al cambiamento climatico, che hanno dimostrato come la salute umana, animale e ambientale siano strettamente interconnesse e non possano più essere affrontate in modo separato.
Di più recente coniazione è invece il concetto di Planetary Health il quale può essere riassunto nel raggiungimento, in tutto il mondo, del più elevato livello di salute, benessere ed equità, attraverso una equilibrata governance dei sistemi politici umani, economici e sociali, determinanti per il futuro dell’umanità, e dei sistemi naturali terrestri che definiscono i confini ambientali entro i quali l’umanità può svilupparsi. In altre parole, come specificato dal Dottor Serra, la salute planetaria dipende, ed è, la salute della civiltà umana e lo stato dei sistemi naturali da cui essa dipende.
Si è così passati alla definizione del concetto di salute spiegabile come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattie o infermità: non è soltanto l’assenza di disagio o infermità, ma uno stato individuale e collettivo di completo benessere. A tale definizione si collega la nostra vita all’interno delle città e degli insediamenti urbani: la nostra salute dipende intrinsecamente dal rendere città ed insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili. La progettazione sistematica delle città, infatti, può essere una strategia potente per migliorare la salute della popolazione su base permanente. In alcuni parti del mondo – come, ad esempio, Hong Kong che vede condomini, i “Monster Buildings”, capaci di ospitare fino a 10.000 persone – sono presenti soluzioni abitative e di urbanizzazione capaci di offrire sistemi di vivibilità del tutto insostenibili. Soluzioni precarie, creano situazioni precarie di vita e aumentano il divario sociale e, a testimonianza di ciò, negli anni sono stati elaborati diversi studi. La mappa di Londra “Lives on the Line”, ad esempio, creata dal dottor James Cheshire, ricercatore presso l’University College di Londra (UCL), mostra alcuni risultati sorprendenti: esiste una differenza di 20 anni nell’aspettativa di vita tra coloro nati vicino a Oxford Circus e altri nati vicino ad alcune stazioni della Docklands Light Railway. Inoltre, i bambini intorno a Star Lane vivono, in media, 75,3 anni rispetto ai 96,4 anni di quelli vicino a Oxford Circus. Ciò evidenzia come le disuguaglianze sociali e nella ricchezza si ripercuotano anche sulla salute e la vita stessa: il legame tra deprivazione di alcune aree e aspettativa di vita dimostra che, senza cambiamenti sociali significativi il destino di molti bambini che vivono nelle zone più povere di Londra è apparentemente già segnato. In Italia la situazione non è diversa. Anche Torino – come messo in luce dal libro “40 anni di salute a Torino, spunti per leggere i bisogni e i risultati delle politiche” a cura di Giuseppe Costa e altri – vede importanti differenze geografiche di salute interne alla città relazionabili con le caratteristiche urbanistiche, sociali e di sicurezza di ciascun quartiere: prendendo il tram 3 da un capolinea all’altro, da Piazza Hermada a Vallette, si perdono (virtualmente, ovviamente) circa 5 mesi di vita al chilometro (ossia un mese al minuto). Si parte con un’aspettativa di vita di oltre 82 anni al capolinea collinare e arriva a poco più di 77 al capolinea periferico, in meno di 45 minuti. Uno stesso tipo di ricerca, svolta a Roma, ha dimostrato come seguendo la linea C della metropolitana, a solo poche fermate di stop, cambia la salute delle persone: a Termini la prevalenza del diabete è 7,5%, a Grotta Celoni sale all’11,2%. Anche la speranza di vita varia notevolmente se si confrontano i rioni del centro storico con i quartieri romani più periferici.
La lezione si è conclusa con l’elencazione dei cinque principi che dovrebbero guidare l’azione dei decisori pubblici nella redazione ed implementazione delle politiche: investire nella promozione della salute e del benessere; affrontare i fattori sociali e culturali determinanti e lottare per l’equità sanitaria; integrare la sanità in tutte le politiche; coinvolgere le comunità per ottenere soluzioni sostenibili per la salute e creare soluzioni in partnership tra i diversi settori. Attraverso una concreta messa in campo di quest’ultimi, il diritto alla salute potrà davvero essere maggiormente garantito.
La giornata si è infine conclusa sotto la guida di Federica Merenda, Postdoctoral Researcher ed esperta consulente in Gender Studies, Digital Technologies and Human Rights, con una lezione dal titolo “L’IA e la PA: uno strumento o una minaccia per l’accesso ai servizi pubblici?”. Questo interrogativo, negli ultimi tempi, è diventato sempre più presente e discusso: l’IA può davvero migliorare l’accesso ai servizi pubblici? Oppure rischia di diventare uno strumento che amplifica disuguaglianze e limita diritti?
L’IA può semplificare moltissimo il rapporto tra cittadini e Pubblica Amministrazione, gli esempi sono molteplici. Mettendo in comunicazione le diverse banche dati degli enti pubblici, si può rendere più veloce l’accesso ai servizi, evitando burocrazia inutile come le autocertificazioni. Una interoperabilità di tale tipologia può essere anche in grado di garantire maggiore sicurezza dei dati permettendo ai soli cittadini di inoltrare le richieste e di decidere chi può accedervi. È stato sottolineato poi come l’avere dati centralizzati e organizzati di tutti i cittadini e cittadine (i cosiddetti data lake) possa essere una risorsa preziosa per fini di ricerca e il miglioramento delle politiche pubbliche: analisi di dati sanitari per la ricerca medica oppure analisi di dati combinati per la ricerca sociale. Una significativa nonché recente proposta di utilizzo dell’IA è stata avanzata nel Parlamento italiano dove si sta studiando come averla a supporto delle attività di predisposizione della documentazione per i deputati; come tool per migliorare i processi di redazione delle proposte di legge e di atti di indirizzo e controllo oppure anche come mezzo per favorire l’accesso all’attività parlamentare da parte dei cittadini in modo più completo e inclusivo. È stato riportato poi l’esempio virtuoso dell’Istituto nazionale della previdenza sociale: nel 2022, l’INPS è stata premiata dall’UNESCO per un sistema IA capace di classificare automaticamente le e-mail ricevute, associarle al giusto procedimento e fascicolarle. Un risultato importante che mostra come l’IA possa rendere più efficiente la macchina burocratica senza comprometterne il rigore. La Dottoressa ha poi menzionato la possibilità di considerare l’uso dell’IA – tenendo sempre ben a mente i rischi possibili e le storture da evitare – nelle procedure di recruitment della pubblica amministrazione oppure nel recupero dell’evasione fiscale.
Tuttavia, tutte queste potenzialità portano con sé dei rischi. Avere, ad esempio, tutti i dati in un unico luogo può avere conseguenze come la possibile trasformazione in un’arma di sorveglianza (si veda il social scoring in Cina), compromettere libertà fondamentali come quella di opinione, di riunione o di associazione e minacciare il principio di non discriminazione nell’accesso ai diritti economici e sociali.
Nonostante, quindi, i vantaggi possano essere molteplici si nascondono rischi concreti e non trascurabili che coinvolgono questioni etiche, sociali e politiche ma anche diritti umani. Uno dei possibili rischi è quello della spersonalizzazione dei servizi: è davvero lo stesso ricevere assistenza sanitaria da un robot invece che da un infermiere? Le tecnologie di interazione automatica rischiano di ignorare l’aspetto relazionale, che in molti casi è parte integrante della qualità del servizio pubblico. Questo problema è particolarmente grave per le persone più vulnerabili: anziani, persone con disabilità o chi ha competenze digitali limitate. Una PA che digitalizza tutto, senza accompagnare e includere, finisce per escludere chi ha più bisogno di essere incluso.
Il World Economic Forum ha individuato una serie di questioni chiave, di tipo sociale e politico, che dovrebbero essere urgentemente affrontate nell’era attuale. Come gestire la redistribuzione della forza lavoro adesso che i sistemi robotici e di IA possono sostituire gli esseri umani in certe professioni e che se ne creeranno di nuove? Come far sì che la ricchezza prodotta dall’introduzione dell’IA in tanti settori riduca le disuguaglianze anziché andare a vantaggio di chi è già ricco? Come evitare che i bias, i giudizi e gli stereotipi di razza e genere vengano rafforzati dall’utilizzo dell’IA? Come programmare sistemi di intelligenza artificiale che non siano sessisti se le donne programmatrici sono pochissime? In che modo si eviterà che queste tecnologie cadano nelle mani sbagliate e vengano utilizzate da malintenzionati? E che chi è già autorizzato ad utilizzarle rispetti leggi e linee guida etiche? E ancora, quali mezzi ci proteggeranno dagli errori che i sistemi di IA commetteranno? Come distinguere l’errore umano da quello della macchina? Se non affrontiamo queste domande, rischiamo di generare nuove ed ulteriori disuguaglianze e tensioni sociali.
In conclusione, è stato sottolineato come il tema dei bias sia estremamente rilevante. Gli algoritmi apprendono dai dati inseriti ma se questi dati riflettono una società diseguale, con pregiudizi di razza, genere o classe, gli algoritmi tenderanno a rafforzare questi bias. È già accaduto, ad esempio, che IA utilizzate per il riconoscimento facciale siano state meno accurate nel riconoscere i volti delle persone nere. O che algoritmi per l’occupazione penalizzino inconsapevolmente le donne. Serve pertanto una riflessione profonda su chi sviluppa l’IA, con quali dati e con quale etica: in assenza di correttivi, i sistemi di intelligenza artificiale non potranno altro che amplificare errori e discriminazioni esistenti.
L’intelligenza artificiale non è solo un affare tecnico: è un tema profondamente politico. Tocca il modo in cui distribuiamo potere, ricchezza, opportunità e diritti nella nostra società. Per questo non basta “gestirla bene”: dobbiamo progettarla in modo democratico, includente, consapevole delle disuguaglianze esistenti e orientato a superarle, non ad amplificarle. L’innovazione tecnologica, se ben guidata, può essere una leva straordinaria per la giustizia sociale ma, come sottolineato da Dottoressa Merenda prima di congedare la classe, senza una forte vigilanza pubblica e una visione etica, può trasformarsi in una nuova forma di esclusione.
