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CORSO ANNUALE 2025: il racconto della lezione di venerdì 21 febbraio con la classe People&Care

Di Giorgia Quargnal

Venerdì 21 febbraio, le studentesse e gli studenti della Classe People&Care si sono ritrovati nella consueta cornice dell’AREL per inaugurare il modulo specialistico con una serie di interventi dedicati al tema dei flussi migratori, della salute mentale in relazione all’AI, alla politica e alla giustizia sociale e ai temi della gender equality e del gender mainstreaming.

L’esordio delle lezioni specialistiche è stato dedicato all’intervento di Alessandro Pezzano, funzionario dell’Agenzia Europea per l’Asilo (EUUA), dal titolo “Flussi migratori misti e protezione internazionale. Dati e riflessioni per parlare di un fenomeno della contemporaneità”.

La classe ha sin da subito avuto la possibilità di comprendere la frequente mistificazione di termini e categorie giuridiche nell’ambito del tema dei flussi migratori. Infatti, mediante un glossario specifico che ha assicurato la definizione della reale portata formale di alcune categorie legali e termini particolarmente inflazionati nella nostra quotidianità, il relatore ha dimostrato come troppo spesso nel dibattito politico e nella quotidianità non ci sia una reale contezza del fenomeno. Detto aspetto è particolarmente dimostrato proprio dal linguaggio utilizzato tanto nei media, tradizionali e non, tanto nei dibattiti, specialmente politici, dove parole errate e mistificanti come clandestino ed illegale vengono preferite alle più corrette irregolare e richiedente asilo. Questo tipo di operazione, che spesso consiste anche nel rendere intercambiabili termini come migrante e rifugiato seppur questi non identifichino le medesime categorie di persone, comporta un detrimento della dignità umana e una svalutazione o erronea definizione di quelli che sono i diritti loro riconosciuti tra cui la permanenza sul territorio nazionale conseguente al principio di non refoulement, pietra miliare della tutela internazionale in tema di rifugiati così come affermato dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Per ovviare a questa generale disinformazione sono dunque  state introdotte nozioni come quella di rifugiato, migrante, sfollati interni, migrazioni miste, protezione sussidiaria e nazionale (o complementare), concetti anche storicamente contestualizzati per comprenderli a pieno. Importante, in tema di flussi migratori, è poi anche distinguere due fenomeni troppo spesso confusi: la tratta di esseri umani e il contrabbando, due fattispecie differenti e con elementi costituivi differenti.

La definizione e la distinzione di questi concetti, soprattutto dal momento in cui risultano così inflazionati e impiegati in maniera scorretta, permette di comprendere la centralità della formazione e della contestualizzazione di fenomeni complessi ed attuali per smantellare pregiudizi e stereotipi ampiamente diffusi. Che si tratti di tentativi di strumentalizzazione del fenomeno o che la confusione dei concetti sia dovuta ad una disinformazione generale sul tema, è solo contestualizzando le informazioni e la grande mole di dati sul fenomeno migratorio che è possibile comprenderne  la reale portata senza incappare in logiche fuorvianti e distorte. A dimostrazione di ciò Alessandro Pezzano ha fornito alla classe una serie di grafici e dati che collocati nel giusto quadro di riferimento hanno permesso di condurre alcuni raffronti e di analizzare la cosiddetta “emergenza migratoria” a cui spesso nel dibattito politico si fa riferimento senza però tenere in considerazione altri fattori rilevanti per poterla realmente definire come tale. Non a caso, secondi i dati UNHCR Trends del 2022, il Paese che ospita il maggior numero di sfollati per numero di abitanti è Aruba, seguita da Libano, Curaçao, Giordania e Colombia; dunque, questa è un’ulteriore dimostrazione di come troppo frequentemente i dati non vengano contestualizzati e il dibattito ne risulti inquinato. Di conseguenza, il dibattito e le politiche in tema migratorio risultano poco evidence-based e per contrastare questa tendenza l’IMI (Internazional Migration Institute) dell’Università di Oxford ha elaborato il Demig Policy database. Si tratta di una metodologia che, al fine di comprendere l’evoluzione delle politiche migratorie di quarantacinque Paesi tra il 1900 e il 2014, tiene in considerazione quattro variabili (policy area, policy tool, migrant category e geographic origin) e i cambiamenti intercorsi vengono descritti in maniera ponderata (minor, mid o major changes). Il Demig Policy database dimostra ancora una volta come contestualizzando i dati sia possibile ottenere un opportuno quadro di insieme relativo, nel caso di specie, alla definizione delle politiche migratorie in termini di maggiore o minore restrittività.

Infine, l’intervento si è focalizzato su questioni correnti come il Protocollo Albania e dunque l’esternalizzazione dei flussi migratori in Europa e in Italia da un punto di vista comparato e di evoluzione storico-cronologica riflettendo sull’introduzione di concetti come quello di Paesi terzi sicuri del nuovo APR europeo e di istituti come quello italiano di Paesi di origine sicuri. L’analisi ha condotto alle criticità che lo spostamento della frontiera può comportare e tra le quali appare la predominanza dell’interesse geopolitico sul resto, in primis sui diritti umani, l’utilizzo strumentale dei fondi allo sviluppo e l’opacità, anche giuridica, degli accordi.

Dopo una breve pausa pranzo, la classe People&Care ha dato avvio alle lezioni pomeridiane con l’intervento del Dott. Emanuele Caroppo, Medico Chirurgo, Dottore di Ricerca, Specialista in Psichiatria e Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, incentrato sulla salute mentale in relazione all’intelligenza artificiale, alla politica e alla giustizia sociale. Il Dott. Caroppo, con una lezione interattiva e partecipata, ha stimolato le studentesse e gli studenti sul tema della salute mentale tentando di trovare dapprima una definizione di questa e poi sottolineando quanto attualmente, nonostante si tratti di una tematica ampiamente dibattuta, vi sia uno stigma sociale piuttosto radicato evidente nel fatto che, indipendentemente da variabili come l’istruzione, l’intervallo tra il primo sintomo e il primo contatto che un giovane ha con lo psichiatra sia, in media, di cinque o sei anni e che questo avvenga solo a seguito di un evento eclatante. Dunque, eliminare lo stigma sociale attorno alla salute mentale dovrebbe rappresentare una priorità per il sistema sanitario nazionale ed è qui che emerge il senso della missione del Dott. Caroppo: andare oltre la diagnosi e fare politica, vale a dire intervenire socialmente e culturalmente perché l’intervallo tra primo sintomo e primo contatto si riduca progressivamente e dunque perché lo stigma sociale sulla salute mentale venga a poco a poco meno.

Andare oltre la diagnosi e considerare le storie di ciascuno è cruciale soprattutto considerando i dati dell’OMS relativi alla depressione come terza causa di morte e i problemi legati alla salute mentale come uno dei principali motivi di astensione dal lavoro. Questi dati divengono ancor più rilevanti se teniamo conto che, ad oggi, con l’avvento dell’AI, la salute mentale in sé, l’analisi e la proposta di terapie risulti particolarmente deteriorata. A dimostrazione di ciò, il dottore, con un esperimento concreto con l’intelligenza artificiale, ha dato prova di come a disturbi molto diversi tra loro, l’AI proponga soluzioni simili se non identiche non considerando la complessità della salute mentale e dei disturbi ad essa correlati.

Per andare oltre la diagnosi e contrastare le degenerazioni nel trattamento della salute mentale, il Dott. Caroppo ci ha presentato RO.MENS, Festival della salute mentale a cura del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) dell’ASL Roma 2 in collaborazione con Roma Capitale e con il patrocinio della RAI. RO.MENS è nato con l’obiettivo di favorire l’inclusione e smantellare il pregiudizio sociale nei confronti delle persone con disagio mentale e si orienta soprattutto, ma non solo, ai giovani. Non a caso, il Festival, nelle sue edizioni, ha ottenuto visibilità grazie a membri dello spettacolo ma in particolar modo per merito delle numerose attività culturali organizzate come le esposizioni fotografiche e il concorso musicale Music@Mens introdotto nella III edizione dove le canzoni si sono trasformate in veicolo di sensibilizzazione.

Infine, la parte conclusiva delle lezioni pomeridiane è stata dedicata all’intervento di Elsa Pili, parte della segreteria tecnica Servizio Lavoro, Coesione e Territorio UIL Nazionale e precedentemente policy advisor su tematiche relative alla gender equality presso il Parlamento italiano ed Europeo.

L’intervento, dedicato alla parità di genere e al gender mainstreaming, non poteva che muovere dagli stereotipi di genere che pervadono le nostre società e le nostre vite quotidiane, che si radicano in noi involontariamente e che di conseguenza riproponiamo senza, purtroppo, rendercene conto. Le riflessioni personali delle studentesse e degli studenti e la visione di una serie di esperimenti condotti con dei bambini hanno infatti permesso di introdurre una serie di dati relativi alla condizione femminile da un punto di vista lavorativo, con un focus sulla motherhood penalty a dimostrazione dell’intersezionalità del gruppo sociale delle donne, e dal punto di vista dell’istruzione. Con poca sorpresa è emersa la diseguaglianza in questi ambiti e pertanto non è in alcun modo avventato affermare che nessuno Stato al mondo abbia ad oggi raggiunto la completa parità di genere, per quanto alcuni possano essere più virtuosi. È di conseguenza evidente la necessità di introdurre misure che seguano un approccio complessivo e di lungo periodo e che favoriscano o perlomeno tentino di ridurre la disparità e la discriminazione di genere. Tra gli strumenti  rientra il gender mainstreaming: l’integrazione di una prospettiva di genere nelle quattro fasi del ciclo di produzione delle politiche pubbliche (definizione, pianificazione, implementazione e controllo). Il gender mainstreaming partendo dall’identificazione delle disuguaglianze mira, dunque, a sviluppare politiche che le correggano ma soprattutto ad annullare i meccanismi alla loro base garantendo una più alta qualità del processo decisionale e legislativo integrandolo su due livelli: favorendo, cioè, una equilibrata rappresentanza di genere, dunque un’equa rappresentanza di donne e uomini sia nella veste di beneficiari sia nella veste di autori delle policy, pubbliche o private. Così facendo le politiche, invece di risultare gender neutral e dunque gender blind, ovvero non prendendo in alcun modo in considerazione il differente impatto che queste policies possono avere in base al genere e al ruolo socialmente accostato a questo, potranno risultare gender responsive. Questa trasformazione di approccio dovrebbe, soprattutto in considerazione delle centralità del genere nella società e nella socializzazione, essere una priorità e un impegno delle istituzioni e non una facoltà lasciata cadere nell’oblio.

Terminato anche l’ultimo intervento della prima lezione del modulo specialistico per il gruppo People&Care, la classe ha concluso la giornata con l’immancabile aperitivo e si è data appuntamento alla due giorni di Milano fissata per giovedì 6 e venerdì 7 marzo.

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