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Balcani Occidentali e UE, è ora?

Di Francesco Gallo

È ormai nota la lunga attesa che i paesi dei Balcani Occidentali stanno vivendo  per entrare a fare parte a tutti gli effetti dell’Unione Europea. 

Dai viaggi alla spesa, dalla benzina alle autostrade, passando per finanziamenti di progetti urbani e sociali; tutto viene enormemente influenzato dalle scelte dei governi locali, che a loro volta mantengono sempre alta l’attenzione sulle posizioni dei partiti verso l’Unione Europea. 

È difficile narrare quali siano state durante gli anni le difficoltà affrontate da ciascuno di questi paesi nel raggiungere gli obiettivi posti dall’Unione Europea. Essi non hanno solamente dovuto rimuovere i detriti causati da una guerra recente e da storiche divisioni, ma anche affrontare il susseguirsi di diversi governi con idee e obiettivi contrastanti con quelli dell’Unione Europea. 

L’8 novembre 2023, nel corso dell’incontro annuale del processo di Berlino, la Commissione europea ha adottato il “New Growth Plan” per offrire ai Balcani occidentali alcuni dei vantaggi dell’adesione all’UE per il periodo 2024-2027. La proposta ha incluso un nuovo strumento del valore di 6 miliardi di euro, costituito da 2 miliardi in sovvenzioni e 4 miliardi in prestiti agevolati, con pagamento subordinato alla realizzazione da parte dei partner dei Balcani occidentali di specifiche riforme socio-economiche fondamentali come il miglioramento del piano di regolazione delle imprese, la lotta alla corruzione e alle organizzazioni criminali.

La nostra analisi della situazione dei vari paesi parte dalla Serbia, una nazione che negli anni ha saputo adattarsi e distanziarsi dalle politiche europee a seconda delle circostanze, senza mai smettere di coltivare rapporti strategici con partner extra continentali come la Russia e talvolta la Cina. Attualmente il governo di Aleksandar Vucic ha una linea di dialogo aperto con tutti gli schieramenti, massimizzando il beneficio in termini economici. Il dialogo con il governo non riconosciuto del Kosovo, dopo l’accordo di Bruxelles del 2013, avanza a stento: le tensioni ai confini restano e tutto ciò porta a commenti pessimistici da parte dei principali osservatori, come l’inviato dell’UE Miroslav Lajcak, che ha recentemente affermato di non vedere nessuna risoluzione della diatriba territoriale nel prossimo futuro, almeno finché non si arriverà alla costituzione di collaborazioni permanenti fra i due stati. Questo processo è anche parte dei negoziati tra la Serbia e l’UE all’interno del capitolo 35, che in genere comprende tutte le questioni che non possono essere classificate in nessun altro capitolo negoziale. La Serbia ha aperto 22 dei 33 capitoli negoziali fino ad oggi, chiudendone solo 2.

Per quanto riguarda il Montenegro, recentemente l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell ha sottolineato l’importanza di rispettare i parametri intermedi dei capitoli 23 e 24 (diritti, giustizia e sicurezza), in quanto nessun altro capitolo sarà provvisoriamente chiuso prima del raggiungimento di questo traguardo e ha incoraggiato il Primo Ministro a proseguire il lavoro intrapreso in questo senso. Tutti i 33 capitoli esaminati nei negoziati di adesione del Montenegro all’UE sono stati aperti e 3 sono stati provvisoriamente chiusi. In una recente intervista la ministra montenegrina per gli affari con l’Unione Europea ha affermato che l’accesso è un obiettivo primario e che negli ultimi mesi è stato fatto un lavoro straordinario che passa dal coordinamento legislativo del governo con Bruxelles e la Commissione di Venezia.

L’Albania continua ad allinearsi con la politica estera e di sicurezza comune dell’UE. Recentemente il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno concluso che il debito pubblico in Albania è ai minimi termini dagli ultimi 12 anni a questa parte, e che la tendenza non accenna a fermarsi. Ciononostante, l’adesione può richiedere anni e, in ultima analisi, dipende dall’approvazione di tutti gli Stati membri e del Parlamento europeo (un processo tutt’altro che semplice).  L’Albania è il paese più europeista dei Balcani (e persino d’Europa), con oltre il 97% dei cittadini favorevoli dell’adesione. Negli scorsi mesi, è stato anche il primo paese ad introdurre lo strumento dell’intelligenza artificiale per velocizzare gran parte delle pratiche burocratiche, nel tentativo di facilitare un’adesione più rapida.

Bruxelles ha avviato i negoziati di adesione con la Macedonia del Nord nel luglio del 2022 e il Paese è attualmente sottoposto al processo di screening dell’UE. La Macedonia del Nord  allineandosi alle posizioni dell’UE sulla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e assumendo un ruolo attivo come presidente dell’OSCE nell’attuale complesso contesto geopolitico si è guadagnata il plauso degli stati membri dell’Ue per quanto riguarda la sua politica estera.

I veti posti rispettivamente da Grecia, Francia e Bulgaria nel corso degli anni non hanno aiutato e anzi hanno esacerbato il sentimento nazionalistico e antieuropeo per la maggior parte della popolazione. La relazione finale del 2023 della Commissione Europea sui progressi compiuti dal paese ha tuttavia sollevato preoccupazioni. Si tratta del rapporto più negativo degli ultimi anni: il rappresentante della Commissione europea in Macedonia del Nord, David Geer, ha affermato che il rapporto è “franco” ed “equo” e cerca di incoraggiare le istituzioni a impegnarsi più attivamente nel portare avanti le riforme necessarie per l’adesione all’UE. A livello nazionale, l’argomento più discusso è la riforma costituzionale che dovrebbe conferire lo status di minoranza costituente ai bulgari macedoni, divenuta condizionale per i progressi della Macedonia del Nord verso l’integrazione nell’UE a seguito del veto imposto dalla Bulgaria nel 2020. Finora le modifiche costituzionali non sono state approvate e sembra improbabile che ciò avvenga prima delle prossime elezioni parlamentari del 2024.

Più a nord la Bosnia-Erzegovina, un paese ancora lacerato da divisioni etniche, ha ottenuto prima lo status di paese candidato all’adesione nel 2022 e da marzo 2024 anche l’apertura delle negoziazioni. La stessa Von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha ammesso che la Bosnia ha bisogno di “ulteriori progressi”, ma ha insistito sul fatto che “in poco più di un anno sono stati compiuti più progressi che in oltre un decennio”. Per alcuni paesi dell’UE, era fondamentale che gli avanzamenti relativi all’Ucraina e alla Moldavia andassero di pari passo con i progressi sulla futura adesione della Bosnia-Erzegovina.

L’unico paese del blocco balcanico a non avere ancora ottenuto lo status di candidato rimane il Kosovo. Sin dalla sua indipendenza nel 2008 il paese ha compiuto notevoli progressi nell’avvicinamento all’Unione europea; tuttavia, con cinque Stati membri ancora riluttanti a riconoscere la sua statualità, il suo percorso di integrazione appare in salita.

L’UE ha comunque chiarito che i progressi del Kosovo verso l’adesione dipendono dalla capacità del paese di soddisfare i requisiti normativi dell’UE. Nel frattempo, Pristina ha ottenuto ad inizio 2024 il permesso per i propri cittadini di viaggiare senza visto nell’area Schengen.

L’adesione all’UE dei Balcani occidentali è nell’interesse politico, economico e di sicurezza dell’Unione Europea. La necessità di avvicinare questi paesi all’UE e di accelerare il loro processo di adesione, sulla base delle riforme connesse, non è mai stata più evidente. È importante che l’UE continui a dialogare con i Balcani occidentali e a sostenerne i progressi verso l’adesione.

L’impressione è che la maggioranza dei cittadini sia in favore dell’entrata nell’UE, ma la tendenza è in chiaro declino e senza maggiori misure potrebbe continuare a peggiorare. L’impressione è che l’adesione del blocco balcanico entro il 2030  sia ancora lontana ma non irraggiungibile.

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