News

Adequate minimum wage: la prospettiva europea per la tutela dei salari

Di Tommaso Malpensa

Uno dei venti principi del pilastro europeo dei diritti sociali consiste nel diritto per ciascun lavoratore europeo ad una giusta retribuzione che gli consenta condizioni di vita dignitose. La somiglianza della formulazione alle Costituzioni di diversi Stati membri non fa venir meno la differenza di portata di tale disposizione tra il quadro nazionale e quello europeo. Quest’ultimo si rivolge ad una platea ben più vasta di lavoratori, ma soprattutto a relazioni industriali molto dissimili tra loro, portando dunque alla necessità di un’armonizzazione che tenga conto delle differenze nei rapporti tra componente datoriale e sindacati. Per questa ragione nell’attuare l’articolo 153 (2) del TFUE la scelta dell’Unione ha trovato il proprio punto di caduta sullo strumento flessibile di una direttiva che non imponesse agli Stati obblighi normativi esulanti dalle tradizioni lavoristiche nazionali. Ciò, necessariamente, a scapito della sua efficacia sulle dinamiche salariali di quegli Stati membri che, poiché già dotati di un salario minimo legale adeguato, come la Germania, o di alti livelli di copertura di contrattazione collettiva, come l’Italia, trovano nella direttiva scarsi obblighi di adeguamento, nonostante permangano, in particolare nei Paesi del secondo gruppo, fasce di lavoratori coperti da contrattazione inadeguata ed importanti fasce di working poors.

A livello internazionale la Direttiva 2041 trova un precedente nella Convenzione OIL 131 adottata nel 1970 sulla fissazione del salario minimo. La Convenzione dispone per tutti i membri dell’OIL ratificanti l’introduzione di un salario minimo per legge. Ciò ha portato un vasto novero di Paesi membri a non ratificare la Convenzione. Per evitare situazioni di sostanziale disapplicazione, mancando un accordo politico sull’obbligo di salario minimo legale, la Direttiva, ancillare all’attuazione degli obiettivi del Pilastro dei Diritti Sociali, prevede che gli Stati membri, in ossequio alla libertà attribuita in materia con l’art. 153 (5) TFUE, possano scegliere autonomamente di stabilire un salario minimo legale, ovvero realizzarlo con la contrattazione collettiva, ovvero dotarsi di entrambi gli strumenti. Il diritto a condizioni lavorative dignitose e dunque anche a salari minimi adeguati è affermato da varie fonti del diritto primario europeo. La Direttiva, pur timida negli obblighi introdotti, ha l’indubbio merito di un’ampia estensione in termini soggettivi e un grado di flessibilità tale da poter risultare applicabile a situazioni del tutto differenti. 

In linea generale viene posto come obiettivo di policy per tutti gli Stati destinatari della Direttiva un programma di rafforzamento della contrattazione collettiva, in termini di copertura e dialogo tra le parti sociali. Sul fronte positivo è disposta la promozione della contrattazione collettiva, con particolare impegno sul tema della parità di informazione tra le parti. Sul fronte negativo, invece, il contrasto alle condotte antisindacali in termini di diritto di accesso delle organizzazioni sindacali alla contrattazione, sia come formazioni, sia nelle persone dei loro aderenti. Si tratta di nozioni acquisite da tempo nel diritto del lavoro nazionale e internazionale, che tuttavia solo con la Direttiva in questione divengono diritto positivo dell’Unione Europea

La Direttiva introduce un obbligo specifico destinato agli Stati membri dove il tasso di copertura della contrattazione collettiva sia inferiore all’80%. La Direttiva individua questa soglia in seguito all’intervento del Parlamento Europeo, che dimostrò una correlazione tra tasso di copertura e livello dei salari minimi. Gli Stati membri che si trovino in questa condizione dovranno introdurre strumenti legali, previa consultazione delle parti sociali, volti ad un rafforzamento del sistema nazionale di contrattazione collettiva. Inoltre, tali Stati membri dovranno predisporre un piano d’azione per la promozione della contrattazione collettiva, sempre in seguito ad un dialogo fondato con le parti sociali, che indichi scadenze ed adempimenti per il raggiungimento dell’obiettivo, con obblighi quinquennali di riesame

Disposizioni di maggior dettaglio sono previste per gli Stati membri dotati di salario minimo legale. La Direttiva stabilisce procedure volte a determinare ed aggiornare i salari affinché garantiscano uno stile di vita dignitoso e ad altri obiettivi di parità, ma indica anche i parametri economici da tenere in considerazione, quali potere d’acquisto, livello generale dei salari, tasso di crescita dei salari e livello della produttività. Il salario minimo si considera adeguato se corrisponde almeno al 60% del salario lordo mediano e al 50% del salario lordo medio, in base all’indice di Kaitz. Anche in materia di salario minimo legale il dialogo tra le parti sociali acquisisce un ruolo primario per la determinazione dei salari minimi, ma anche per assicurare l’accesso dei lavoratori a tale diritto, senza precludere il mantenimento o l’introduzione di variazioni e trattenute. 

Il Capo III della Direttiva è dedicato alle disposizioni orizzontali. Si tratta di norme di raccordo con la normativa europea e di strumenti per la sua applicazione. Gli Stati membri dovranno provvedere affinché gli operatori economici appaltatori di soggetti pubblici rispettino le disposizioni della direttiva e affinché i lavoratori possano accedere da un lato a meccanismi procedurali per i ricorsi, dall’altro alle informazioni sulle tutele garantite dal salario minimo. Allo stesso modo, gli Stati membri saranno sottoposti ad obblighi di raccolta e trasmissione di dati alla Commissione europea per la valutazione dell’andamento dell’applicazione delle misure di adeguamento introdotte. 

L’introduzione di uno strumento a tutela di salari e condizioni di lavoro dignitose per i lavoratori europei è una conquista politica. I principi di libertà di circolazione su cui si fonda l’ordinamento europeo hanno segnato le relazioni industriali in maniera spesso penalizzante per le organizzazioni di lavoratori, laddove l’UE non prevedeva strumenti adeguati di tutela da fenomeni di wage dumping e delocalizzazioni, come dimostra il gruppo di sentenze della Corte di Giustizia noto come Laval quartet. Perciò, in ogni caso, si tratta di un significativo passo in avanti nella politica sociale europea, affermatasi definitivamente con la crisi pandemica. L’aver realizzato uno strumento che ha tra i suoi scopi quello di innescare una dinamica salariale convergente verso l’alto è testimone della volontà politica della Commissione Von Der Leyen di sostenere le fasce meno abbienti in un periodo di instabilità dei prezzi, ma trova certamente un ostacolo nella disparità di grandezza e funzionamento delle economie degli Stati membri

Il rafforzamento del salario minimo europeo è un cavallo di battaglia dei partiti dell’ala sinistra del Parlamento Europeo, anche se con declinazioni diverse, mentre rimane assente dai programmi dei partiti di affiliazione liberale, popolare, conservatrice e sovranista. Ciò significa che un’ulteriore armonizzazione in tema di salari minimi e l’implementazione stessa dello strumento dipenderanno innanzitutto dal risultato delle elezioni del 6-9 giugno. Rimane il fatto che la strada per un’armonizzazione unitaria dei salari dei lavoratori europei è ancora lunga e difficilmente sarà materia che uscirà a breve termine dalla dinamica intergovernativa. Ciò significa che altrettanto difficilmente vedremo impatti sulle dinamiche salariali, se non in situazioni di salari minimi legali particolarmente bassi o di scarsa copertura della contrattazione collettiva.

Menu