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A scuola di cittadinanza europea

Di Caterina Tortoli

La scuola italiana deve tendere ad accompagnare sempre più i ragazzi e le ragazze alla consapevolezza dell’essere cittadini e cittadine europei. Nel  tempo in cui era necessario alfabetizzare i cittadini, il principio di riferimento era un’educazione che guardasse alla sfera nazionale, oggi non è più così.

Dal momento che ora lo scenario europeo tocca il profilo biografico di ogni studente, non si può pensare ad un curricolo scolastico di direzione nazionale. Servono strumenti di natura internazionale, i quali, dal momento che si è accentuata la libertà scolastica, devono essere perseguiti tramite programmazioni nazionali, ma anche attraverso programmi individuati dalla singola scuola, dal momento che ogni scuola gode di una propria autonomia.

La scuola italiana ha seguito, infatti,  un processo di acquisizione di maggiore libertà, percorso iniziato con la legge Bassanini (59/1997), che poi è confluito nella modifica del titolo V del 2001, con la quale l’autonomia scolastica ha acquisito rango costituzionale. In virtù di tale autonomia e flessibilità, la scuola può elaborare curricoli che possano introdurre temi tesi a sensibilizzare a una cultura europea. Quindi, tale autonomia non è indice di un isolamento della scuola, bensì un’occasione di personalizzare i programmi, compiendo un lavoro diretto, entrando eventualmente anche in contatto con gli enti locali, in modo da stabilire network per elaborare iniziative a carattere europeo.

Mentre a livello micro si parla di singoli programmi, a livello macro è necessario fare riferimento alle indicazioni proposte dall’Unione stessa al medesimo scopo. Così come per altri tipi di educazione, la cittadinanza europea non può essere un francobollo ma deve fungere come collegamento tra diverse discipline. Il punto di riferimento dovrebbe essere il Memorandum di Lisbona del 2000, il quale dopo aver sottolineato che le persone sono la principale risorsa dell’Europa e su di esse dovrebbero essere imperniate le politiche dell’Unione, afferma che i sistemi di istruzione devono rispondere alle esigenze del XXI secolo, poiché «la formazione è essenziale per lo sviluppo della cittadinanza, la coesione e l’occupazione». 

Il Memorandum di Lisbona ha acceso delle scintille, che però non si sono ancora tradotte in azione concreta. L’obiettivo da raggiungere può essere perseguito attraverso la valorizzazione delle otto competenze chiave, definite dalla Raccomandazione relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente approvata dal Parlamento europeo il 22 maggio 2018. Tali competenze, stabilite in accordo fra gli Stati membri – competenza alfabetica funzionale; competenza multilinguistica; competenza matematica e competenza di base di scienze tecnologiche; competenza digitale; competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; competenza sociale e civica in materia di cittadinanza; competenza imprenditoriale; competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali – devono costituire la base per una cittadinanza europea.

Per far questo, non basta l’inserimento di materie o progetti disancorati dal programma scolastico (come l’inserimento dell’educazione civica): tutto il curricolo deve avere una curvatura europea; dunque bisogna lavorare sui quei processi e valori che hanno caratterizzato la storia dell’Unione, innanzitutto la tutela dei diritti umani.

Questa sensibilità ad una cittadinanza europea può essere perseguita attraverso gli scambi degli studenti e delle studentesse tra Stati membri e, laddove questi non fossero possibili, progettando scambi online tra più nazioni, creando blog, community, in modo da sviluppare uno spirito critico. Occorre insomma ragionare in un’ottica di problem solving, cioè chiedendosi sempre come fare ad incrementare un sentimento comunitario attraverso l’insegnamento.

La cornice di tutto deve essere costituita dal cosiddetto “nuovo umanesimo”, per usare un’espressione cara a Edgar Morin. Si tratta cioè di pensare in modo umanistico, intendendo con ciò non solo gli strumenti delle discipline umanistiche, bensì la più larga costruzione di un nuovo civismo. Una costruzione da perseguire insieme, attraverso percorsi integrati flessibili, pensando ad esempio a scambi tra le varie scuole europee, da attuarsi attraverso maggiori agevolazioni rispetto a quelle stabilite per i programmi Erasmus, a cui possono accedere soltanto i più agiati. Dal momento che la continuità educativa deve svilupparsi in modo verticale, ovvero attraverso i diversi ordini di scuola, e a livello orizzontale, ovvero in modo che si stabilisca un legame fra scuola, famiglie e territorio, tale continuità, già di per sé abbastanza flessibile, deve essere pensata a livello internazionale piuttosto che a livello nazionale. Questo è possibile attraverso i Patti formativi territoriali come strumenti di negoziazione comune, che ci consentano di pensarci cittadini europei.

Padre Ernesto Balducci ha parlato addirittura di un cittadino planetario, ma forse non ci sono ancora i presupposti per pensare la cittadinanza in una maniera totalmente globale. Mentre l’uomo planetario può ancora pensarsi come un’utopia, l’idea di un cittadino europeo è realizzabile, soprattutto attraverso una formazione che conduca a pensare costantemente al dialogo fra gli Stati.

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